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PLATONE Filosofia , Menzogna e Matematica

Francesco   Mauro

PLATONE

Filosofia , Menzogna

e

Matematica

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Filosofare insieme nella società dello spettacolo

con la scrittura spettacolare e teatralizzante del “Teeteto”.

 

PREFAZIONE

1.Platone ed il bisogno di filosofia oggi,  nella società della spettacolarizzazione diffusa e spinta,  dove la stessa Menzogna fa  spettacolo.

C’è  veramente ancora  bisogno [i] della  filosofia oggi?

Se la filosofia non è morta (2) , perché dovremmo  filosofare insieme nella vita comunicante della città?

Perché dovremmo farlo in quella città,  dove  la “cattiveria del giorno” (3)  è  l’ora in cui la voglia sfrenata e depravata di una minoranza di ricchi affama i popoli, distrugge la coesione sociale, che regge gli Stati nazionali e le loro costituzioni, e pretende far passare la sistematica ed organizzata violenza dei poteri finanziari da immane e globale fatto  a  presunta legge ineluttabile della storia, della vita  presente e futura degli uomini (4)  ?

E se questo non è un falso bisogno, come esso interagisce positivamente con la richiesta,  sempre più  emergente  ed  insistente,  di un rinnovato incontro tra  filosofia e  vita morale,  tra filosofia e teologia politica,   nel suo rapporto con il mondo della vita religiosa e dentro il progetto di una rifondazione comunitaria di un universale spirito costituzionale ? (5 )

E perché , in questo stato travagliato del mondo, la filosofia non può non interessarsi  dell’arte, così come  non può non guardare verso le scienze e le tecniche ?

Perché  deve rimettere al centro la  domanda sull’essere , sulla realtà, su l’uomo ed il suo destino ? Come può e deve farlo ? (6)

Questo libro cerca di  comprendere innanzitutto il senso di queste domande,  tornando all’antico, al meglio della civiltà e delle culture del Mediterraneo, di cui è figlia la complessa e poliedrica visione culturale che sorregge il  Platone matematico e , più precisamente,  il Platone metamatematico, il Platone del Teeteto (7)

E se possiamo dire che  queste stesse interrogazioni  già  ci introducono nello spirito di fondo della sua filosofia , nondimeno in questo inizio dobbiamo riconoscere che  rimane  a sfidarci un ineludibile problema preliminare : come si accede ai ‘luoghi ‘ testuali dove ‘stanno’  i pensieri di Platone ?

Vi dobbiamo accedere secondo  quella via che è il  paradigma funzionale che cerca un  Platone, autore,  come tanti altri dopo di lui,  di dottrine  e di discipline  filosofiche ?

Dobbiamo farci guidare,  per imboccare questa entrata,  dalla presupposizione diffusa,  secondo la quale i suoi pensieri devono essere riconosciuti . applicando ai suoi testi   il modello che vede nei suoi dialoghi   la imitazione  della  comunicazione propria di individui vivi e  del colloquio filosofico ?

Dobbiamo guardare  i suoi libri guidati solo dalla prospettiva di un Platone che, ,attraverso la sua prosa d’arte  drammatizzante, intende  formare ed educare il suo lettore ed il suo pubblico di esperti , di  aspiranti accademic,  a saper parlare bene dei valori etici e politci ,poetici e logici, ontologici e teologici ?

O, invece,  bisogna  leggere i suoi testi sul presupposto che egli non abbia un grande disegno e ‘propri pensieri conclusivi, definiti e tendenzialmente sistematici’; e,pertanto,  dobbiamo ammettere  che i suoi discorsi introduttivi  e  psicagogici mirano prevalentemente, con la loro ambiguità radicalmente indecidibile,   a stimolare e provocare i suoi destinatari,   perché a loro volta questi ‘facciano autonomamente filosofia , senza più Platone e magari contro di lui ?

Pur tenendo massimamente in conto  questi differenti modi  di accesso, cioè questi  diversi modelli ermeneutici, considerati nell’essenziale dei loro risultati, per questa entrata  qui si tenta una “nuova via” , con un occhio fisso sull’oggi. (8 ).

Qual  è, dunque, questa  strada  in cui  è necessario  inoltrarsi per cercare con Platone ed in Platone  una risposta alle domande : chi è il filosofo ? Quale è l’utilità della filosofia ?

In Repubblica e nel  Sofista   egli  parla del filosofo  come di chi ormai non si sa che cosa sia ed  a che cosa serva.

Non è  forse il filososo un individuo che  assomiglia a quel sofista che è  un illusionista, un giocoliere e truccatore di discorsi, molto spesso a servizio del politico potente di turno , mentitore-ingannatore , truffaldino, seduttore del popolo, e per tutto ciò inaffidabile e pericoloso per il buon governo della città ?

Come spiegare ,poi, che alcuni lo considerano un pazzo con la testa tra le nuvole ed altri un uomo  che cerca di somigliare al divino ed  altri ancora,invece,  come un cane che abbaia invano ? (9)

Spinto da queste ulteriori  domande   ,   mi sono deciso  a rispondere all’appello di quello spirito antico  e, pertanto,  a fare, partendo dall ‘oggi ,  un passo indietro (10)  verso  di lui, verso quella mente , coloratissima e di eccezionale potere plastico,  che ha fondato  la filosofia in un grandioso lavoro di rifondazione/ kataoikesis di essa (11).

E si deve tornare    verso il  Platone  dei  suo scritti, di tutti i  suoi scritti;  ognuno di essi ripreso  nella sua integrità testuale , nella sua omogeneità di piano funzionale-costruttivo,  nella sua unità problematico-tematica , e  ciascuno   riconosciuto in sé ed in riferimento  a ‘tutto Platone’; e, dunque, anche tenendo conto del  cosiddetto ‘Platone orale’. (12)

Guardando al passato da queste domande, che non possono che nascere   nel presente della mente di lettori vivi di  una comunità viva  e sono alimentate dal dramma della loro vita,  con questa indagine,  propongo di osare un nuovo  o , almeno , un  altro inizio anche  nel modo stesso di intendere e praticare  la filosofia; a questo scopo  consiglio al lettore interessato  lo stesso  Platone come ispiratore e guida di questa rischiosa ed impegnativa avventura culturale e teorica..

E  si deve  subito tenere conto  che essa,  già in e per Platone,  è impossibile senza una preliminare presa di posizione e  scelta , che si manifestano  come decisioni di  moralità che investono lo stesso discorso pubblico, di cui quello filosofico è una peculiare  modalità..

Certo anche Platone  è figlio del suo tempo e del linguaggio del suo tempo ( 13); ma rispettarlo  nella sua originale , determinata , diversa  situazione storico-culturale,  nello spazio linguistico e letterario, differente e proprio  dell’antica Grecia , è  una precauzione  di partenza  che  è anche  un indispensabile punto di appoggio   per riscoprirlo e rilanciarlo nella sua attualità. (14)

 

2.Come  si ‘entra’ nei luoghi testuali dove stanno i pensieri di Platone.

In medias res, ‘’ in mezzo al fiume’ :  qual è l’inizio che attiva i discorsi scritti in cui si  rappresenta e si fissa la filosofia di Platone ?

Questo  inizio  è quello di un  esercizio/ghymnasia (15)  di  discorsi /logoi (16)   sulle “Cose Massime” /ta megista  (17),.

Esso  è così una pratica di ragione e di linguaggio pubblici, cioè  generatori di messaggi di interesse generale ed accadenti nella vita comunicante della città .

Questo inizio è provocato  da una  ripetuta esperienza di  impatto, insieme doloroso e sconcertante,  con ciò che appare  terribile  e  stranamente. fascinoso:   l’’affermarsi  travolgente  di una devastante visione  dello stare e del vivere in città.

Questo fenomeno di massa , che infetta il ceto dei “belli e buoni” ed il demo, la massa dei cittadini meno abbienti,(18)  e che  dovrebbe produrre disgusto ed è ,invece,   esaltato come ‘vera e moderna sapienza’,  sta  per  Platone  alla base  dell’agonia e del tramonto delle Poleis, delle Città-Stato dell’ Ellade e del loro comune mondo di valori etici-politici-educativi.

La fonte viva , l’idea-madre, che è investita da questa  ‘energia  cattiva e distruttiva/kakourghein (19)   è  una ‘trinità’ :

1) il principio  di Costituzione/Politeia , dell’EssereCittà ;

2) l’ idea-forma  di Leggi/Nomoi., di Armonia Normativa;

3) lo spirito di Virtù  Politeica /Aretè. , cioè di adesione , in una scelta scelta convinta ed intelligene/ phronesis,  ai valori del coraggio, della temperanza, della amicizia  della giustizia. (20).

Questa crisi radicale della  vita, della intelligenza/phronesis  e spirito/nous  costituzionali (21),  -che attraversa tutti gli ambiti della vita cittadina, della sua sfera pubblica e privata,  e  che si estende alla stessa concezione  del sacro-santo-, non è  solo un iniziale presupposto di fatto, che  come tale è largamente noto e generalmente  riconosciuto dagli studiosi come caratteristica di fondo delle vicende della Grecia del V e IV secolo dell’era precristiana ; e che, ad esempio, Luciano Canfora così mette a fuoco :

“ (…) Impero ,dunque, e democrazia procedono insieme : è l’impero, che consente la condivisione, da parte del demo, di sostanziali benefici materiali.

Il popolo  - deplora Platone- ha ormai bevuto <vino non mescolato> ( Repubblica, 562 c-d) e perciò ormai scatenato e senza freni “ azzanna l’Eubea e si avventa sulle isole” secondo la dura denuncia di un comico che potrebbe essere Telecide… La democrazia funziona perché “ si spartisca il bottino, cioè le entrate imperiali.

Finito l’impero i conflitti sociali diventono endemici e si profila all’orizzonte – nelle scuole di filosofia non meno che sulla scena teatrale – l’utopia sociale.

A ben vedere tutta l’opera di Platone, là dove affronta direttamente il problema politico ( la Repubblica è il documento più grande ma non certo l’unico) , presuppome che l’impero non c’è più e che il conflitto sociale non conosce soste e raggiunge vertici di asprezza : donde la necessità di trovare una soluzione totalmente nuova, più profonda, del problema politico, che si intreccia indissolubilmente con la conflittualità sociale..” (22).

Questo  sfondo  storico  noto ,dunque,  non deve essere considerato uno scenario esterno. aggregato e  semplicemente giustapposto al modo in cui Platone poi concepisce, dà alla luce e plasma la sua   originale filosofia. scritta.

Per  Platone,infatti,   la  stessa  ragion d’essere della filosofia , nella città che si caratterizza per lo spettacolo della fioritura di molte e varie Technai/Scienze-Tecniche (23)  in gara  tra loro per il primato culturale ed educativo,  dipende dalla sua decisione e capacità di voler e sapere pensare rigorosamente  e dire  fedelmente, con efficacia, l’essenziale che ci permette di illuminare quanto è effettivamente in gioco in questo fatto immane,   nell’avanzare e  l’estendersi di un abissale  catastrofe  spirituale, che investe il modo di sentire e vedere la vita della città e tra le città.

La  manifestazione socio-culturale, più rivelativa di questo diffuso, distorto e devastante  sentire,  consiste nell’imporsi  con successo  di ciò che possiamo chiamare la religione del dominio/pleonessia,   con il  suo corrispondente ideale di educazione/paideia alla vita personale, familiare, sociale, politica, ispirato dalla conquista del successo, della fama, della gloria, della ricchezza.

Decidersi a pensare fino in fondo, fin nelle sue radici e nelle sue interne e segrete pulsioni e motivazioni, le  voglie ed il culto di pleonessia. , della libido dominandi (24), per Platone significa innanzitutto mettersi alla ricerca dei ‘luoghi’ e delle ‘pratiche’ dove  questo modo di pensare e di agire  appare, si  mostra;  dove esso  si fa vedere , percepire e sentire  com immediatezza, investendo e coivolgendo le anime  dei cittadini.

Il territorio, dunque, dove la filosofia deve  entrare  , se essa vuole essere fedele al suo scopo metodico ed alla sua destinazione finale, alla sua vocazione e missione, è deciso funzionalmente  da queste forze che puntano ad incidere  sulla sensibilità e mentalità di ogni singolo cittadino , affinchè  aderisca al ‘sogno’ di una vita migliore  ed addirittura  ad una presunta  “felicità”/eudamonia(25),  seguendo le strade della pratica sopraffattrice e  violenta dei rapporti sociali, dell’arricchimento a danno degli altri,  del consumo sfrenato dei privilegi di casta e di corporazione e dei connessi piaceri, del culto del personalismo tirannico e delle oligarchie dispotiche  assetate di  potere.

 

3.Che cosa sono  discorsi filosofici scritti di Platone.

Di che cosa è fatto allora  questo territorio,   che la filosofia deve accettare  come terreno di sfida imposto dai  “nuovi”, ‘moderni’,  “intellettuali’/sophoi (26),  cultori e  predicatori  della Pleonessia come vera ed autentica sapienza/sophia  del Bios Politikòs/vita idella città ?

Esso è fatto appunto  di discorsi/logoi  di ed in conunic-Azione, cioè ‘fatti agire sulla comunità ’ come ciò che deve impressionare, colpire, attrarre con immediatezza ed e con forza di trascinamento emotivo ,  l’interesse e l’attenzione del pubblico dei cittadini e di quelli che vogliono  essere le loro guide educative,religiose e politiche.

Questi logoi ,perciò, sono escogitati e confezionati come ‘discorsi emozionanti’,  ‘appassionanti’,allettanti, che  attraggono  e trascinano i destinatari ad aderire ed ad assimilare il messaggio per queste vie trasmesso.

Essi, quindi, vengono immaginati ed allestiti con quei modi, espedienti ed ingredienti che il pubblico gusta e gradisce di più; e tali sono  quelli del raccontare mitologico, spettacolarizzato e teatralizzato, e,quindi, imbastito anche di processi comunicativi  non verbali..

Per questa loro natura di logoi  ad effetto spettacolare, questi discorsi si presentato in una veste che  assume come suo elemento essenziale, costitutivo-funzionale, ciò che il modo epistemico-tecnico di parlare e scrivere non potrebbe mai ammettere  : l’uso di apparati favolistici e metaforici e di un linguaggio ambiguo ed infarcito di allusioni e di enigmi, dove  lo stesso argomentare si fa forza di trucchi logici e della polisemia dei termini., di  contesti comunicativi corroborati dall’elemento magico.

I logoi che la dialogica platonica va ad incontrare e con i quali va a scontrarsi nella vita comunicante della città sono,  dunque, tutt’altro che discorsi  ‘chiari e distinti’,  e tanto meno ,  puri, privi  di favole e di effetti retorici. E sotto altro aspetto essi non sono neppure in via diretta  i logoi delle ‘dottrine di Parmenide, di Eraclito, di Pitagora, di Socrate’ che egli avrebbe ripreso e ‘superato’ in una altra e più alta dottrina. (27) ,

La loro connotazione a più immediato impatto ,invece,  è il loro apparire-agire con effetti di kolakeia, cioè di lusinga-illusione (28).

I luoghi ed i tempi propri di questi logoi  sono soprattutto quelli del teatro, delle assemblee politiche, dei tribunali; per darne in breve una abbozzo seguo ancora L. Canfora:

“ Il luogo ‘classico’ della corruzione democratica è in Atene il tribunale, Del resto il tribunale ha, nella società ateniese del V e IV secolo, ha una centralità pari e forse superiore a quella della assemblea e del teatro (…) Perciò Aristofane dedica tanta pare delle sue commedie alla satira per la mania ateniese dei tribunali” (29)

Questa caratteristica funzionale del bersaglio della fondamentale e ricorrente  ‘polemica’ platonica viene così a  condizionare ed ad identificare e qualificare il piano cognitivo-immaginativo-linguistico in cui essa stessa si muove.

Questa condizionamento funzionale  identifica e qualifica la situazione iniziale , nella quale viene a trovarsi la decisione platonica di inseguire e mettersi alla caccia dei logoi,  con i quali la nuova e presunta superiore sapienza agisce sulle coscienze dei cittadini,  è ,pertanto,  il presupposto specifico. storico-culturale, che un lettore dei testi platonici non può ignorare , se vuole effettivamente  entrare nella sua filosofia.

Ed ,invece, è proprio questa regola fondamentale di accesso  è violata da  tutti i platonismi ,  da tutti gli antiplatonismi, cioè da  tutte quelle intepretazioni ed usi degli scritti platonici  che in modo dottrinario, accademico,  vanno in cerca dei pensieri del loro autore.

Riservandomi di approfondire successivamente e via facendo questo problema preliminare e fondamentale per la comprensione di ciò che effettivamente ha fatto , pensato e detto Platone con la sua testualizzazione,-anche i riferimento al cosiddetto “iperplatonismo polimorfo”ed  al suo “disordine ordinato”- (30),  ora  raccomando  al lettore di  ripensare una parola centrale  che egli certamente  già sa : quella di |dialettizare|dialeghesthai  e , connessa ad essa,  quella di |dialogo|.

 

4.Che significa nella sua radice la parola|dialogo| : una nuova ‘Odissea’.

L ’avventura  ‘dialettica ‘ di Platone deve essere letta e riconosciuta  come  ‘  Odissea Dìà/logica ‘ (31):  questo è il primo passo da fare per una adeguata introduzione alla forma propria della sua testualizzazione; una forma che è un passaggio obbligato per giungere  lì dove stanno i suoi pensieri. (32)

Dunque,  considero questa  forma di composizione e esposizione non come bella cornice ed una luccicante ed interessante superficie  decorativa,  che non servirebbe, però, a farci accedere all’essenza teorica dell’idea platonica di filosofia .

E scrivendo in questo modo, cioè  disgiunto  in due parti,  il  termine |Dià/logica|, che  richiama immediatamente quei testi , che la tradizione ha consacrato con la parola | dialoghi |,   intendo mettere subito in evidenza un aspetto centrale, ma poco meditato,  nelle sue implicazioni concettuali,  della portata semantica del prefisso |dià|.

Tra i diversi significati  nella lingua greca della preposizione |dià| l’attenzione e lo sforzo di riflessione devono essere diretti sul significato di |dià| come  |attraverso|(33)

E, pertanto,  |dialogos|, |dialeghesthai, nel contesto platonico,  sono entrambe parole che ci devono fare pensare  ed  immaginare  ad un | attraversamento dei discorsi a mezzo di un altro peculiare modo di discorso|.

Lo stesso  Platone  ci offre una metafora viva di questa  idea,  che è alla base della sua concezione della filosofia nella misura  in cui essa è appunto considerata  nella sua identità ed originalità  di discorso,  quando ,ad esempio, in Repubblica (34)  nel  Fedone  e nel Parmenide, chiama in aiuto  l’esperienza della navigazione in mare , e nel Teeteto  quella di un guado a nuoto di un fiume.

La filosofia così. nel Parmenide,  è immaginata come navigazione in un  vasto mare di logoi,  e nel Fedone come “seconda navigazione”, cioè quella che non potendosi più avvalere  della spinta del vento sulle vele, deve  mettere in azione i remi e  mettere all’opera i rematori ;  e, che , quindi, è la  più faticosa.; come faticosa è la vita  in città. in cui i discorsi sulle cose massime  accadono :

“  In questioni simili  giungere ad una conoscenza chiara nella vita presente è impossibile ed estremamente difficile, tuttavia non sottopore a critica in ogni modo ciò che si dice su di esse e ritirarsi, prima di essersi esauti in un esame completo, è da uomo troppo debole.

In tali questioni bisogna perseguire una di queste alternative : o apprendere da altri come stanno le cose o trovarlo da soli o , se ciò è impossibile, assumere il migliore ed il meno confutabile dei discorsi umani, e imbarcati su di essi come su una zattera, correre il rischio di fare la traversata della vita, se non si può fare il viaggio come maggior sicurezza e minor pericolo su una nave più solida, cioè su un discorso divino”.

Così  metaforizzati  ,  questi  logoi/discorsi  ci mettono sotto gli occhi le immagini di cose liquide, è , perciò, di cose in sé instabili, cangianti  e sfuggenti, come è proprio delle onde , dei flussi, delle correnti.

A  questo ambiente  acquatico , mobile, fluttuante e popolato di ‘esseri guizzanti e non facilmente catturabili, Platone fa riferimento anche nel Sofista, quando imposta l’analisi del rapporto sofista-filosofo con una costruzione analitica che mette in gioco le metafore del pescatore e del cacciatore. (35) .

 

5.A quale sfida in generale  è chiamata la filosofia.

Il dis-corso ‘secondo’,  cioè quello della filosofia in quanto dis-correre su i discorsi,  ha, pertanto, di fronte  a sé come primo problema quello di doversi sapere conformare  a questa caratteristica di liquidità del suo habitat,  che non è un ambiente di cose-oggetti ma di attività, processi  impregnati di quella esperienza umana che è il linguaggio e la comunicazione.  E questa sua natura lo espone ad una sfida ed a rischi.

Per questa sfida,  la filosofia,  se vuol mostrare che è capace di attraversare questo mare senza affondare e di diventare preda  di ‘Sirene’ e pasto di  ‘Mostri marini,  deve  dotarsi di una  bussola, di un  metodo e  di uno strumento  che siano alla altezza dell’utilità che devono rendere  e sappiano fronteggiare logoi/discorsi ‘continuamente  in moto’.

Se ad una condotta cognitivo-linguistica  di tipo metodico è essenziale l’idea di regola – Platone già nell’ Eutifrone  parlerà di un parametro,il |paradigma|paradeigma - (36),  allora dobbiamo pensare fin da ora   quel   medesimo- costante , che il parametrare prevede e  pratica,  come invarianza intrinseca  ad  una determinata  attività.

La filosofia,  quindi,  non può aver paura  della realtà come processo,  perché essa  stessa non si realizza nell’ordine cognitivo, immaginativo  e linguistico che le  è proprio, come se avesse in orrore programmaticamente  la kinesis/ movimento  , la  metabolè/trasformazione, la mexis/combinazione  (37), fuggendo conseguentemente  e separandosi da esse  nel mondo del fisso e del puro , abitando l’ assoluto immobile,  l’ inerte immodificabile.

Questa  visione della idea –abitualmente attribuita a Platone- , come realtà separata, come  l’ in sé  di  un ente-oggetto ideale,  in virtù della cosiddetta dottrina dei due mondi(38),   è  per Platone  stesso   solo  una  finta  purezza e apparente  semplicità; vista come tale,  essa  è il risultato  di  una evasione  pseudo-trascendente ed un abuso dell ’astrazione,  che la filosofia  non si può permettere,  se vuole essere fedele alla sua vocazione e missione, che sono inconcepibili senza e fuori la vita, il Bios,  della città, della Polis.

Perciò, quel modo di discorso che la filosofia è,  si dà  come processo   accadente nell’interesse e per gli scopi  del Bios-Politico, di una  vita comunicante e di una comunicazione viva  della città, dove  i logoi  si danno in performance, ‘ in azione’ ed in contesti energetici,  dove opera anche una energia cattiva, un kakourghein intriso di kolakeia/effetti lusinganti-illudenti, seduttori-fantomatici.

Questo preteso e presunto  confinamento nell ‘immobile , poi, non rende conto della intima parentela del mondo mentale e linguistico della filosofia con l’ essere stesso  che – come è scritto anche nel Sofista (39)  è Dynamis/Attività;  per cui la coppia Agire/Patire  le è consustanziale.

Di qui anche la sua prossimità  al fare musica, cioè  a  quel  saper mettere in forma , in una invarianza di struttura,   una succesione   di  suoni, di  moti  ritmici    ,  di variazioni., di cadenze armoniche., di figurazioni di danza. Di qui il suo sapere gustare il ‘patire’ questa arte.

Perciò Platone farà dire al suo Socrate nel “Fedone”: la “filosofia è la più grande musica”.(40)

 

6.Discorsi in performances , come talk-schow, ed il  modo dottrinario.

Ma che significa  l’espressione  |discorsi in performanza| ?  In linea generale qui intendo |signific-Azione|, ‘parola attiva’. ‘pensiero in azione’.

La formula generale del modo performativo di significazione è rinvenibile in veste metaforica in Platone stesso e proprio nel Teeteto :

“ Colui che indica come si guada il fiume, o Teeteto, diceva che la cosa stessa lo rivelerà” (41)

La ‘cosa stessa’ è anche  e soprattutto  la stessa originale testualizzazione platonica, lo stesso poiein/ fare di teorizzazione che la impulsa e la muove dall’interno. Ed in questa dobbiamo anche noi lettori saperci ‘buttare’ se vogliamo avere esperienza dei suoi effettivi moti e direzioni di senso.

A questo modello di un teorizzare come ‘performance di concettualizzazione, come azione rivelatrice di significazione,’ egli perviene guardando verso il modo geometrico- matematico .

In  Repubblica ,nel contesto di una sottile polemica con i portatori di una falsa immagine, riduttiva  deformante della essenza dell ‘operare geometrico-matematico, Platone fa dire al suo Socrate interloquente con Glaucone, che  quell’ Agire che è il Quadrare, l’Applicare , il Sommare,  nella sua connessione con le relative argomentazioni, non è una  condotta empirica, pratico-utilitaria priva di intrinseca valenza concettuale, ma è,  al contrario, una ‘pratica di conoscenza” e come tale a suo modo è aperta sull’ “eterno”.(42) .  Questa essenza  Operativa del fare geometrico-matematico non è mai persa di vista dal Platone autore di una filosofia che vive di filosoFare (43).

Il contesto funzionale, però,  più diretto del concetto di |azione significativa|   è, in Platone,   la  esperienza di viva e coinvolgente  comunicazione  praticata con la poesia teatralizzata del suo tempo;  e ,quindi, con la esperienza di  interazione  tra autore-attori e pubblico dentro una peculiare e determinata tradizione culturale e di formazione della ricezione e del gusto, della sensibilità e della mentalità privata e pubblica.(44)

Questo fare poesia ,  nella vita della Città-Stato greca, sta in un contesto di un  fare/poiein di un fare liturgia,  di un ‘iniziarsi’ e cercare il contatto con il divino dentro una esperienza collettiva. emozionante, entusiasmante, rammemorante, pregna di mitologizzazione, di simbolizzazione (45)

Perciò, in Platone e per Platone ,  il riferimento della filosofia alla poesia è essenziale ; naturalmente si tratta di una poesia ‘sui generis’ rispetto a quella che da moderni conosciamo; e comunque essa è  quella alla quale è essenziale il suo avvenire dentro un contesto ed un processo di comunicazione  che oggi diremmo mass-mediatica: e  l’istituto  sociale  che funziona da principale mass-medium,  nell’ epoca che fu di Platone, è la macchina del teatro di Stato.(46)

Un altro spazio-tempo  della signific-Azione.  del significare-agendo, è costituito dagli eventi culturali e dalla comunicazione quotidiana nei luoghi della piazza agorà e dei suoi edifici e spazi  , che possono essere,  ad esempio, templi, palestre, tribunali, sede della assemblea politica, vie sacre, o sontuose case private di ricchi e famosi cittadini.(47)

Caratteristica di tutte queste performances è il loro realizzarsi come talk-schow,

come  ‘parlare spettacolarizzante ’ e non di rado teatralizzante, cioè imitante modi e tecniche di comunicazione sociale propri della arte drammaturgica attica  (48).

Pertanto, quando Platone operativamente ci dirà con opere come il  Gorgia, il Protagora, l’ Ippia maggiore , l’ Ippia minore, il Fedro, che non vi è  filosofia senza una rigoroso confronto con la eloquenza, con la retorica (49), come tecnica di parlare al pubblico per conquistare la sua adesione ad un messaggio,  egli ci ribadisce che i logoi di cui la sua filosofia si interessa,  non sono in prima istanza, né quelli propri dei portatori delle Technai, degli esperti-specialisti in scienze e tecniche, né quelli ingenui e spontanei della conversazione quotidiana, e neppure  quelli della esperienza di una conversazione e discussione dialogica autentica,  cioè -  come è espressamente detto nel Fedone-  che non mira  come la retorica sofistico-eristica a vincere una contesa o a conquistare alle proprie tesi l’interlocutore, essendo unicamente interessata alla sola ricerca continua della verità, del senso della vita  e della morte  umana.(50).

Ricerca dialogica quest’ultima,  che non tollera l’ “invidia”/phtonos e che  esige una assidua consunstanziazione/synousia  comunitaria tra gli individui impegnati  in essa , e  dove il giorno della verità è aperto dall’aurora di una “scintilla”, come  è scritto nella  Lettera VII.(51), e sta sotto il segno di un universo di luce al quale attingiamo nella esperienza del saper  custodi/phylakes  in comunità , per la comunità..(52)

Ancora una volta  Platone,  in tal modo ed  innanzitutto,  avverte .dunque, il suo lettore-adatto, (53) che in via principale  egli sta osservando , ha preso di mira e fatti oggetto di  “caccia”   non i discorsi dei ‘professori di filosofia, degli autori di pure dottrine, elaborate in trattati e manuali;  bensì quei discorsi che sono muniti di  effetti spettacolari, fascinosi e/o terrificanti; discorsi  capaci di colpire, condizionare, influenzare , adescare, anche in maniera sub-liminale, il pubblico degli uditori-spettatori .

Essi sono quei discorsi che possono diventare anche le armi degli accusatori di Socrate e, perciò, si dice  essi sono  mossi da “invidia” /phtonos e sono  fatti di “calunnia”/diabolè  . Invidia-calunnia : una coppia terribile di termini e di fenomeni sociali  che ritroviamo allusi nell’ Eutifrone. (54)

Che  Platone si interessi  soprattutto  di questi strani  logoi,  lo si può leggere già nell’ avvio della  Apologia di Socrate,  dove  viene  mostrato in una ripresa dal vivo,  in diretta ed in primo piano, un Socrate che  confessa ironicamente di essere stato  colpito dai logoi del suo accusatore Meleto; ed egli si dice così impressionato e abbagliato dalla loro ‘brillantezza ed finezza’ da essere  sul punto di convincersi  che Meleto dica la verità, e che, dunque, egli sia  effettivamentete colpevole di ateismo, di corruzione delle anime dei giovani, di essere un abile manipolatore  di discorsi, sapendoli  trasformare da inconsistenti e falsi, in  fortemente convincenti e apparentemente veri.(55)

Ora  se questi sono i discorsi  che Platone mette  al centro della sua osservazione  ed indagine,  è del tutto evidente che chi legge ed interpreta  il Platone scritto, innanzitutto  come autore di ‘dottrine filosofiche, ’ manca fin  dall’inizio il corretto ed adeguato accesso funzionale ai suoi testi e finisce per fraintenderlo radicalmente  o è costretto –per salvarlo e valorizzarlo in una storia della filosofia come storia di dottrine- ad usare  programmaticame solo parzialmente  la sua opera scritta nella sua portata e valenza teorica. (56)

E  chi  ha visto ,ad esempio, il Platone  di Leggi come autore di un disegno di società e di Stato ispirato  da una visione  totalitaristica e ,quindi, chi lo accusa  di essere un dichiarato nemico di una “società aperta” (57),  è appunto un inteprete vittima del pregiudizio che Platone vada letto alla luce del paradigma dottrinario,  ed in questo caso,  di quella dottrina dello Stato e della società che si insegna nelle Scuole, nei dipartimenti di filosofia del diritto o di sociologia giuridica, di storia delle idee , delle moderne Università.

E chi si scandalizza o almeno rimane disorientato che,- in una  opera d presunta pura  dottrina socio-politica – quale sarebbe  Repubblica- si possa trovare una polemica insistita fino alla fine contro la poesia ed , a chiusura e come epilogo,  un discorso sulla immortalità dell’anima a coronare l’intera indagine,  cade in questo imbarazzo perché fin dall’inizio crede che la celebre opera – che con Leggi costituisce  i ‘ due soli’ della costellazione  Dià/logica platonica-,  possa essere compresa secondo quel paradigma funzionale proprio della maggior parte degli studi platonici (58).

Questo inadeguato  approccio- che ancor prima di essere contenutistico e di  selezione  ed organizzazione  di contenuti è  funzionale appunto-   è alla base di quasi tutti i modelli ermeneutici vecchi e nuovi (59),  che hanno un tratto fondamentale in comune : quello di non riuscire  a rendere conto  di come e perché  in Platone il modo del Racconto è parte integrante di una Teorizzazione che è Dimostrazione , a sua volta  svolgentesi come Falsificazione rigorosa.

E preciso subito un altro punto fondamentale , che , quando non è compreso , è all’origine di vasti   malintesi, che accompagnano discussioni che muovono da falsi problemi , perché condizionati  da fuorvianti presupposizioni funzionali non problematizzate e che entrano in conflitto con il tipo di lettore che Platone ha progettato e previsto per la sua opera.

Questo punto è: Platone procede per Racconto/mythologhein- e per Paradigmiparadeigmata. non perché non saprebbe trattare la materia secondo una elaborazione riflessiva puramente dottrinaria  e nello stile del trattato – alla maniera del suo più grande discepolo, Aristotele- ; ma perché con la sua opera scritta ha voluto  dare esecuzione ad un’altra idea di filosofia e di teoria filosofica; e ciò  in presenza di un problema fondamentale, che per la sua natura funzionale sfugge  alla presa del paradigma dottrinario, tecnico-epistemico, che ‘naturalmente’ deve essere puro, cioè senza il modo del Racconto, , del Mytos, come lo stesso Aristotele evidenzia;  e  su questa  caratteristica fondamentale del discorso scientifico il suo maestro,il  Platone Scienziato, non avrebbe potuto  non concordare.(59)

 

7. La manipolazione della opinione pubblica ed il teatro di Stato.

Ora tale problema fondamentale  è – nel suo nucleo essenziale-  quello che si associa  al fenomeno - che in termini moderni oggi diremmo  | manipolazione dell’opinione pubblica | nella società a spettacolarità  diffusa e spinta , nella società delle ‘fabbriche del consenso’,  attraverso le  ‘macchine dello spettacolo,’ allestite ed usate dale minoranze organizzate dei ‘poteri forti’  per conquistare il favore  delle masse e comunque per farle aderire ai loro interessati messaggi(60).

Platone –Scienziato (61), - cioè quel Platone che non è inferiore a nessuno del suo tempo e della sua Accademia nel padroneggiare, nei suoi fondamenti statutari e nei  suoi più importanti risultati, . lo scibile allora disponibile ed in cantiere, ed in particolar modo  la scienza geometrico-matematica,-,  quel Platone   è anche colui  che ha chiara consapevolezza teorico e linguistica che la macchina del teatro di Stato ed il complesso di espedienti di cui si è attrezzata la comunicazione sociale spettacolarizzata hanno portato allo scoperto una phainomeno-logia, cioè un apparizione di logoi, le cui dinamiche  ed i cui effetti non possono essere fronteggiati rimanendo dentro la prospettiva e le pratiche delle condotte metodiche proprie del saper fare tecnico-epistemico.

In questa  coscienza socio-linguistica  e consapevolezza teorica  vive il Platone della Odissea  Dià/logica, le cui Fatiche e Peregrinazioni,  in vasto e pericoloso mare,  non hanno altro scopo  che quello di  venire a capo di ciò che muove dal profondo questi Pseudoi-logoi  di una Pseudè Doxa falsa opinione/ (62), costituzionalmente e funzionalmente  mutanti, e  sfuggenti  ad   una presa diagnostica  rigorosa di essi per una conseguente efficace loro ‘distruzione’, che  anche è nello stesso tempo  sotto diverso aspetto  una  logoi-terapia, una cura dei discorsi.  (63)

Questo  moto vulcanico profondo è indagato da Platone in riferimento  alla condizione  intellettuale  del ceto dirigente,  ed  attraverso la costante mediazione del linguaggio ;   osservando questo nella sua varietà e complessità semiosica, e, quindi, anche  nelle sue strane movenze, nei suoi artifizi  e  pretese di senso e di verità : nei suoi imbrogli.(64)

Per avere un piano di confronto e  per meglio inquadrare  il complesso meccanismo, che Platone esplora  in tanti varianti quante sono le sue opere scritte,  dobbiamo richiamare quelle che passano,  nella moderna teoria della comunicazione (65),  come  le quattro principali regole per rendere efficiente, efficace la manipolazione di un pubblico che vive dentro i flussi, le correnti di messaggi trattati e trasmessi con gli strumenti invasivi , avvolgenti e magnetizzanti della comunicazione spettacolare.

Le riassumo come segue :

1-    Escogitare   un inganno,  confezionando un falso messaggio, per conseguire per sé  un utile  danneggiando altri,  e diffonderlo,   utilizzando persone autorevoli,  credibili ed influenti -più o  meno consapevoli complici- che si rendono così  veicoli efficaci della sua  trasmissione.

2-    Arricchire  questo falso messaggio con vari  e ben congegnati  ulteriori elementi informativi ed argomentativi,   tutti convergenti  ad  intensificare la sua verosomiglianza ed apparente verità ed attendibilità.

3-     Connettere  alla sua trasmissione e ricezione  un effetto  seduttore o di terrore e  comunque  con capacità  di presa  emotiva  collettiva.

4-     Riassumere  il falso messaggio  in una formula-parola d’ordine-incantesimo,   che  colpisca ed attragga con immediatezza  l’interesse  e l’adesione  del destinatario.

 

8.Il principale falso messaggio e le sue varianti.

Applicando  questo   schema  alle diverse  tappe  della traversata  platonica dei logoi en te polei, cioè dei discorsi in città,  ci accorgeremo che il falso messaggio,  attorno al quale  ruota  tutta la sua navigazione ed esplorazione,  è sempre lo stesso :

“Il giusto  è l’utile del più forte”(66).

Questo proclama  costituisce  lo spot-guida, che , in  diversi gradi  e modi della sua  apparizione, viene assunto da Platone come costante  bersaglio della sua “caccia”/thera,  dove  la cattura  della preda deve essere intesa – e lo ripeto- come attività di smascheramento e di denudamento  di una “falsa opinione”/pseudè doxa..

Questa si distingue dalle altre generiche false opinioni,  perché  non solo pretende di valere come credenza vera giustificata, cioè come sapere tecnico-epistemico,  ma addirittura  perché  ambisce  essere universalmente  riconosciuta  come   vero ed unico fondamento della cultura, della educazione,  e della stessa sapienza/sophia, cioè di  quel  modo di vedere, pensare,sentire ed agire che ci porterebbe verso la felicità/eudemonia,  o comunque verso un “vivere meglio”/ ameinon biosoimen     in città  (67)

In forza  di questa  sua pretesa,  il falso messaggio di una felicità e di una giustizia da conquistarsi attraverso il dominio e la soperchieria-sopraffazione/pleonessia,  ha  bisogno di una incessante e penetrante e convincente legittimazione  socio-culturale, dentro i processi di comunicazione sociale, affinchè esso  da sofisma-menzogna possa  essere visto, sentito, immaginato e creduto dalla moltitudine dei cittadini come fondamentale  verità di pensiero e di vita per ogni città ed in ogni tempo, in cielo ed in terra. Il sofisma,perciò, pur essendo inconsistente dal punto di vista della sua pretesa di verità e di validità, ha una sua ‘ferrea logica’ di efficienza e di efficacia.

 

9- Lo spot-guida in una varietà di Maschere e di Tipologie.

Ci sono  in Platone diversi tipi di personaggi;  uno di questi  tipi è dato  da una serie di  individui,  ideati e costruiti e fatti funzionare,  sulla scena della sua scrittura,  come portatori  di una precisa variante degli effetti prodotti, sulla sensibilità e  ed  opera come una formula-incantesimo/epodè (68), come cibo prelibato-raffinato/eistìa(69)  che attrae; come emozione  che magnetizza simulando  l’entusiasmo/ enthousia della esperienza  mistico-religiosa e quello  della poesia.

Tutti questi personaggi  interlocutori di Socrate sono, a diverso titolo ed in diversa misura,  intellettuali illustri o che, comunque, hanno fatto parlare di sé in città per qualche impresa che ha fatto notizia, scalpore, audience.

Carmide, Eutifrone, Ione, Eutidemo,Alcibiade, Menone, Callicle, Trasimaco appartengono tutti a questo tipo di personaggi,  ai quali è assegnato rispettivamente  il compito,  la parte di sostenitori e di propagandisti di  ideali di esperienza politica,

di  vita religiosa, di arte  rapsodica,  di pratica etica, e  di una visione  del  costume erotico, di una concezione  di coraggio, e, quindi,  di giustizia,-  tutti    ispirati  e plasmati  da una visione della realtà umana e divina  fondata  sul primato  del più forte,  che solo in virtù della affermarsi di fatto di questa sua potenza-tracotanza produrrebbe  bene, bellezza, utilità sociale,  verità.

Questi  intellettuali-dirigenti,  Platone,  inventore di nuove maschere,  figura con la tecnica pittorica e scultorea della parola di una prosa d’arte;  e  li rappresenta come affetti  da un male sociale che ha contaminato la loro mente e che ha  provocato profonde distorsioni  nellla loro concezione  della cultura e dello stesso sapere  di cui si dichiarano esperti.

E noi lettori con Platone  dobbiamo considerarli  come una varietà  di Casi(71),  nei quali  quel falso messaggio principale e portante cerca di trovare un sostegno ed una conferma della sua pretesa e presunta verità e validità.

Stiamo così nell’ambito della seconda regola del dispositivo della manipolazione dell’opinione di una massa di individui, di un pubblico, destinatario della comunicazione ingannevole.

Per vedere, poi,   chiaramente il Platone  che ha colto quanto sia  importante  per il falso messaggio  il munirsi di  pratiche comunicative  capaci  di produrre effetti collettivi  di  pietà-terrore su una  moltitudine di soggetti, bisogna  leggere lo Ione.

Qui  Platone, con una storiella, che  come  racconto già sta in un processo di teorizzazione  mirata ,  rappresenta il caso di un cantante-attore che si è venduto ai signori delle guerre in cambio di danaro , in un festival di rapsodi omerici,  dietro il suo impegno di non recitare  mai   contro la guerra di conquista  e di non inneggiare  mai alla bellezza  della pace come,invece,  fecero  Esiodo ed Archiloco-. i quali  peraltro lo annoiano fino a farlo appisolare.

Ione esalta così  la bellezza ed il piacere di uccidere, utilizzando e strumentalizzando a questo scopo  un certo Omero;  Ione  è corrotto mentalmente fino al punto di essersi convinto che l’arte rapsodica sia solo uno strumento per convincere ed ‘entusiasmare’ le folle ad ‘armarsi e partire’ ed addirittura che la rapsodia omerica, cioè l’arte di saper cantare  in teatro la poesia di Omero, sia una tecnica e scienza per l’ attività di persuasione nella pratica della strategia militare.

Ione ,infatti,  viene scoperto da Platone  alla fine dell’opera, - che si svolge nella atmosfera amara e sarcastica di una  “canzonatura beffarda”  (72)-, nella sua vera e segreta profonda aspirazione : quella di essere nominato  stratega dai signori delle guerre ad Atene , e di guadagnare questo prestigioso incarico, eventualmente anche  con l’appoggio di quei potenti amici che gli hanno fatto vincere il  festival di Epidauro.

C’è, poi, anche un’altra opera  in cui , custodita e veicolata dall’elemento /Racconto, è di scena una variante di quel  centrale falso-messaggio; tale variante  viene munita di un ingrediente  che ha lo scopo  di catturare  l’interesse  della  folla destinataria della notizia/shok , per provocarla  a reagire secondo l’aspettativa  dell’ideatore e confezionatore del falso-messaggio.

Questa  fiction  è l’ Eutifrone ., dove  si  rappresenta  il caso di un giovane sacerdote e teologo che – come suggerisce ironicamente l’etimo del nome-   ‘ sa  fare bene divinazioni e sacrifici’ in virtù del suo preteso  possesso  della scienza  teologica, che gli consentirebbe di poter dimostrare con una “grande prova” (73) la essenza del divino/theion  e del santo/hosìon.

Come  Ione,  Eutifrone è smanioso  di farsi assumere , da quelli che in città contano, come consulente  in  divinazioni e profezie soprattutto in relazione alla opportunità o meno di  intraprendere  guerre.

Per dimostrare  fino a che punto egli sia capace  di applicare la sua presunta arte,  e traendo occasione  di un tragico incidente accaduto  nella sua famiglia – cioè  l’uccisione involontaria da parte di suo padre di un bracciante a sua volta involontario omicida di uno schiavo-  il teologo rampante  si decide  di accusare  suo padre  per  aver volontariamente violato la legge che vieta al padrone  di uccidere un suo dipendente.

Eutifrone viene scolpito dal suo autore Platone come chi  non teme di  trascinare in tribunale  il padre  – sostanzialmente innocente e rispettoso dela legge e dei giudici-,  per farlo condannare a morte ,  sotto l’effetto  di  quel falso messaggio , per il quale sarebbe  la volontà di potenza  e la capacità di dominio violento a decidere del bene e del male, della virtù e del vizio, e,quindi, anche di ciò che è sacro-santo  e di ciò che è empio; della stessa nautra della pietà e del rispetto che un figlio deve al proprio padre.

Con questo suo Eutifrone, Caso e Nome/Maschera dell’ incrocio di violenza e sacro ( 74) -  Platone vuole portare allo scoperto e denunciare apertamente  che  l’apparente pazzia del suo personaggio  è solo la punta di un iceberg  di una devastazione morale dello spirito pubblico che si è spinto fino a inquinare e corrompere l’immagine stessa  del divino e del rapporto dell’uomo con esso, fino a fare di un vanitoso e presuntuoso  sacerdote-teologo un invasato carnefice del proprio padre,  incolpevole ed in buona fede.

Ad essere  impazzita ormai è la stessa città con la sua voglia sfrenata di conflitto familiare, civile, statale ed interstatale e che si spinge non ad opporsi a leggi particolari, ma a misconoscere lo stesso principio costituzionale e, dunque, alla necessità stessa che ci siano leggi uguali per tutti/isonomia. (75)

Eutifrone sa di non essere pazzo, perché  è convinto che la sua terribile ed oscena trovata  avrà successo nella sua città ammaliata  dal fascino di quel  falso messaggio.

Che la città sia caduta in preda di questa  follia collettiva  connessa  ad una voglia ossessiva  di  litigare  e  di  innescare  conflitti,  ha  la sua manifestazione  più agghiacciante  ed  ostentata  nel fatto che nelle stesse sacre processioni  si portano stendardi in cui i pittori hanno raffigurato gli dèi in lotta tra loro.(76)

Eutifrone, teologo  fondamentalista  che ha sacralizzato  la violenza,  è un ‘terrorista ideologico , un portatore dell’ideologia del sacro terrore, ’ che  porta  in primo piano  e  nello spazio  stesso  della religione , del culto e dei suoi apparati sacerdotali, la condizione psicologica  di una società che agisce e reagisce  sotto l’effetto di una propaganda  astuta  e sofisticata   della violenza  come valore culturale  e  di vita in città.

Non  si comprende,pertanto,   nulla  della  filosofia della  teologia   del Platone scritto,  né  della sua filosofia della poesia,  se  si  perde di vista questa   originalissima  loro  contestualizzazione storica.

Questa loro collocazione  impedisce  di  concepire la prima e la seconda   in via principale come  dottrina filosofica della poesia e  dottrina filosofica della teologia e della religione; e,quindi,  di considerarle in quel modo della loro impostazione che  si riscontra  nei  libri e manuali odierni   di storia della filosofia.

La  critica  platonica  di una teologia  come scienza, come  discorso per techne ed episteme,  e  la sua ‘estetica critica’ accadono , dunque, dentro  la ripresa  ed  osservazione sistematica  del  fenomeno  della manipolazione  dell’opinione  pubblica  e  delle coscienze  dei  cittadini  per  calcoli  politici  e  di dominio.

Per quanto  riguarda, poi,  la quarta  regola  della pratica  del capzioso  adescamento di una folla  di  individui ,  caratterizzati  da aspettative  e  paure culturalmente  e storicamente  determinate,  se ne  può facilmente trovare in Platone una costante conferma.

Infatti, in ogni opera  c’è  uno ‘spot’ riassuntivo  del  Caso che si rappresenta attraverso la invenzione  di  appositi  Nomi/Maschere ,  che hanno il potere  di  evocare  una  storia   esemplare  e,  perciò.  istruttiva,  al  punto  di fare  dei racconti platonici  anche dei ‘drammi didattici’ di  una Odissea Dia/logica, dove un Platone-Odisseo affronta  le sfide camaleontiche  di un falso-Proteo (77) e di ‘moderne’ e pericolose Sirene.

Il sofisma-menzogna di una “giusto come l’utile del più forte”, per rendersi.infatti,  persuasivo,  assume molte facce  e  agisce  con una varietà  di incantesimi ‘alla moda’;  ed  in questo senso simula il dio marino Proteo , che sfugge a chi vuole prenderlo per interrogarlo sul futuro,  spaventando  e disorientando,   chi lo vuol  costringere  a fare divinazioni profetiche,  con una girandola di  metamorfosi , per le quali egli non sta mai fermo in un aspetto preciso e fisso.

Nell’ Eutifrone, dove ad essere proteiforme  è in primo luogo  la dinamica argomentativa in gioco,  lo spot che  caratterizza  la rappresentazione è dato dalla formula : il santo è ciò che piace agli dèi”.(77)

Nella  stessa  Apologia  di Socrate  agisce  , per lo più alluso e ricostrubile  sulla base del gioco narrativo  complessivo,  quest’altra  implicita  formula magica : ‘ la sapienza di vita/sophia  è volontà e pratica di potenza ‘. (77)

Nello Ione  il  messaggio pubblicitario dice: ‘ poetare  è saper imitare e riprodurre  l’  entusiasmo guerresco’.

Nel Fedro  a  confenzionare il brillante falso messaggio’ è  Lisia che propaganda  il programma  erotico pseudo-rivoluzionario  all’insegna della parola d’ordine :

l’amato deve compiacere  chi non lo ama, e non chi lo ama (78).

Nel  Simposio  lo spot  è espresso nella descrizione  della perfomance di Alcibiade che esalta con il suo comportamento da scostumato,   un preteso nuovo e superiore ordine  della riunione conviviale e che fa passare la sua dissolutezza come vera regola del  rapporto amoroso.(79)

In più di un’opera  - nel Lachete ed in Leggi, ad esempio-  a funzionare da ‘specchietto per le allodole’ è la massima :  ‘Coraggio è saper fare violenza’.(80)

Nel Carmide  il saper fare politica  e  direzione politica  è pubblicizzato  come ‘sapere fare  i fatti propri’ ed ‘Imporre la propria super-volontà agli altri’.  (81)

Tutte  queste false  opinioni sono varianti  di  quella emblematica,  messa in bocca a Callicle nel Gorgia e che viene  ripresa in versione,  argomentitativamente più raffinata,   nel primo libro di  Repubblica: essa costituisce  il  perno della girandola di  slogan  di incantamento di massa, caratterizzati da una voluta  polivalente ( Polytropos)  (82) ) ambiguità  e truccati con ingredienti  che stuzzicano la voglia di un affermazione sociale,  da ottenere  facilmente e senza guardare in faccia  alla liceità dei mezzi.

Ma il più sofisticato  di  questi messaggi pubblicitari è quello inserito nel Teeteto : “L’uomo è misura di tutte  le cose, di quelle che sono in quanto sono, e  di  quelle che non sono,in quanto non sono”.(83)

Se si legge l’opera ,tenendo conto  della sua peculiare forma di esposizione, che  rimane spettacolare e teatralizzante,  ci si renderà conto che questo famoso detto di Protagora non è ripreso in un contesto di esame e confronto di dottrine, ma in quanto  parola d’ordine  di  moda di un proclama che dell’uomo esalta unicamente la sua  esperienza sensibile e di piacere-dispiacere; un proclama che accade ed è usato ed abusato  nel vivo di una comunicazione sociale su i valori più importanti della vita in città,  e,quindi,  nella corsa ‘agonistica’  per l’egemonia  culturale ed educativa.(84)

L’attrazione di questo ‘umanismo  sensistico e relativistico’ è  corroborata  da una coloritura di grande effetto luccicante ,perché  essa  si appropria  di  un termine fondamentale della cultura più avanzata  del tempo, quella della geometria-matematica, vale a dire del termine  e della idea di Misura/metron.

Nel  Teeteto è così di scena il più ‘incestuoso’ degli  incroci e la più assurda della combinazioni : quellla di una assolutizzazione della dimensione sensistica, e,dunque, della immagine  e della nozione di flusso fino  alla negazione di ogni invarianza; invarianza che  è implicita nella idea di principi,   nel concetto   di Numero come Misura ed in quello di Teorema.

La  mostruosa  falsa mescolanza/mexis  tra  lo spot “Tutto scorre”(85) e quello  “L’uomo misura di tutte le cose”  mette  in evidenza  fino a  che punto  il sofisma-menzogna sia riuscito  a mascherarsi ed ammantarsi  di pseudo-immagini  della esperienza quotidiana e della vita culturale,  per rendersi  credibile  ed autorevole.  Questa sua penetrazione profonda e devastante  nella spirito pubblico e nella coscienza degli intellettuali, è  evidenziata e denunciata da Platone attraverso la invenzione  drammatizzante  della coppia Teodoro- Teeteto.

Questi, che sono  tra i più grandi matematici del  tempo-  , per un tratto della loro vita  si sono lasciati  invaghire ed abbindolare dall’annuncio di una centralità dell’uomo  nell’universo,  che farebbe del divino/theion  stesso, della natura/physis, e del caso/tyche ,  realtà e forze sottoposte alla legge  tecnico-scientifica/techne-episteme, di cui la logica e l’operare della geometria-matematica costituiscono il vertice.

Teeteto  è il più tragico -comico dei Casi,  proprio perché ad essere contagiato  dalla macchina della manipolazione dell’opinione pubblica- nel senso lato ed essenziale  di questa espressione-  è un illustre scienziato, il più esperto nella logica delle grandezze irrazionali.

Come altri  personaggi, però,  -e  ci riferiamo  ad esempio agli intellettuali del Simposio  con esclusione di Alcibiade,  e ,poi, a Cratilo, Filebo,  lo Straniero del “ Sofista e del Politico , a Gorgia, ad Ippia , a Protagora, a Timeo, a Fedro, ai pitagorici seguaci di Filolao nel Fedone-  egli  non può essere considerato come l’intellettuale che si è venduto l’anima o sta lì per lì per farlo – come nelle vicende di Eutifrone e di Ione-   ai  più forti ed ai dominatori della città.

Teeteto,infatti, è piuttosto vittima della illegittima pretesa che il suo sapere e saper fare particolare, sia tutto il sapere o comunque il suo assoluto fondamento.

In questa condizione mentale di unilateralizzazione  ed  assolutizzazione  di una scienza e di una tecnica,  Teeteto finisce per impedirsi di accorgersi  che l’irrazionale che accade  nelle pratiche di manipolazione  della coscienza dei cittadini è di tutt’altra natura di quell’irrazionale  che egli indaga  nellle ricerche geometriche-matematiche.

Egli così diventa oggettivamente  corresponsabile  del  dilagare nella vita comunicante della città sulle “Cose Massime”/tà meghista (86) di  quella presunta  super-scienza e pretesa  autentica sapienza  riassunta  nel massimo  degli spot, quello che pubblicizza e propaganda   la  visione  dello stare insieme in città all’insegna  di un “giusto come l’utile del più forte”..

 

10. Accenno al mio modello  interpretativo  in una pluralità di modelli rivali

Quanto fin qui ho  abbozzato,  come primo aiuto al lettore per una introduzione, ‘diversa’e forse più interessante  rispetta  a quelle correnti,  al  Platone  scritto,  può essere  ripreso ed  ulteriormente chiarito utilizzando  le indicazioni  generali di questa via :  la teorizzazione  filosofica platonica non si intende nella sua matrice funzionale e costruttiva senza mettere al centro  il problema complesso  che fu del Platone  scritto.

Tutto sta  naturalmente a  saper  individuare , utilizzando al meglio ed al massimo le sue tracce ,  qual è questo problema e come si fa riconoscerlo ; per questo scopo – lo ribadisco-  bisogna avvalersi della costante  mediazione della sua opera, considerata in tutta la sua estensione documentale e tenendo conto di un fatto che è più facile ammettere che negare : ci fu un’attività di ricerca e di elaborazione teorica di Platone, che è insieme previa e parallela rispetto a quella registrata nel suo lavoro scritto. Platone fu dotato di eccezionali e complesse capacità di astrazione e formalizzazione metodico-sistemiche che gli permisero di essere lo ‘scienziato degli scienziati’  in Accademia.

Come questo Platone  è presente ed influenza sostanzialmente il Platone autore della filsofofia dià/logica, è un problema la cui soluzione è decisiva per capire come egli esegue e realizza la sua teoria esposta e registrata in un’originale testualizzazione(87)

Ora – per attenerci all’esigenza del rispetto delle tracce per la individuazione del campo problematico  platonico-  è  indispensabile  tenere   conto  di  quell’ammasso  di  indizi  che  convergono  tutti  a configurare  una  precisa e costante forma del modo di esposizione.

E  se  non c’è nessun  interprete che neghi la presenza  in ogni opera dell’ Elemento Narrativo,  molti sono,invece,  coloro che ritengono che la dimensione  di racconto non vada considerata nella ricostruzione  delle teorie platoniche,  e che, pertanto, essa  avrebbe solo una portata e valore di bella scrittura con finalità  tutt’al più didattico.psicagogico-educative nei confronti del pubblico destinatario e del lettore adatto.

Perché   tali   lettori,  che  pur  lodano  la bella forma  letteraria,  non  sono i lettori  adatti, i “lettori modello”,  che  Platone  prevede  nello stesso momento in cui  progetta  e realizza  il  suo lungo discorso  scritto ?

Innazitutto  perché  questi  interpreti  perdono  di  vista  quella  visione  generale  della  forma   che  Platone  non  dimentica  neppure  quando  dà  luce  e  vita  al  suo grande ‘sinolo’,   cioè  a  quel tutto determinato che è la sua opera scritta  ; questa   è appunto  il  risultato    della  combinazione  della forma  di  esposizione-espressione con  la  forma  del  piano  di  generazione dei contenuti  concettuali.

In  virtù  ed  in forza   di  questa  idea generale  di  forma  come  il  venire  ad  essere  ed  il  venire  a mostrarsi  di  una realtà  determinata  nel  suo  intrinseco   e dinamico principio  d’ordine,   ciò  che viene  chiamata  |forma letteraria| - come ho detto-  non può  considerarsi  un ‘bel guscio’ giustapposto  alla sostanza  teorica o un  complesso  di  espedienti  linguistici  ed  immaginativi  per  esemplificare  un messaggio teorico  complesso  e  per stimolare  l’attenzione  e  l’interesse  di  un lettore al quale  piacciono  le belle storie  .

Questo significa  che  la  forma  del  piano  di  esposizione  dei  pensieri  di Platone, il  ‘genere letterario’  in cui si inscrive,  concorre in   maniera  originale  e  sostanziale  alla generazione  ed orientamento di questi  pensieri.  E,perciò,   essa  non può essere  messa  tra  parentesi o marginalizzata  e  ridotta  a pur o mezzo  retorico di  emozionante ed  affascinante  scrittura’.

Su questa  compenetrazione  ed  interpenetrazione  tra  forma  del piano  di espressione e forma del piano del  contenuto  teorico hanno  soprattutto  insistito quegli  interpreti che  appunto hanno considerato la ‘forma  dialogica’ come ‘forma ad susbstantiam’, cioè  decisiva  per trovare  i  luoghi testuali dove stanno i pensieri filosofici di Platone.

Chi   ha  letto  e  legge gli scritti  platonici  secondo  questo  paradigma  dialogico di solito associa  ad  esso  anche  il  riconoscimento  della  costanza  dell’elemento  drammatico  - o meglio- drammatizzante ed ironico,.

E,perciò, questo  modello ermeneutico  dovrebbe  essere  denominato come |modello  dialogico ,  didattico-drammatizzante|.

In  che consiste  allora  la differenza  del  modello  che propongo con questa ricerca  ?

In che cosa di fondamentale esso  si distingue  dal  paradigma intepretativo che guarda verso il testo dal  punto di vista del principio  dialogico,  inteso come forma espositiva e sostanza teorica del discorso filosofico del Platone scritto ?

E perché la via alternativa di lettura proposta  non è neppure quella del modello della “nuova interpretazione”, cioè quella che ritiene indispensabile il ricorso  al Platone della dottrina  orale dei Principi per scoprire la pregnanza del Platone teorico dell’opera scritta  e che mette al centro la figura  del gioco di scrittura che approderebbe ad un Platone senza una propria filosofia ? (88)

Ed inoltre :  come esso spiega il rapporto tra i dialoghi dove Platone senbra essere più vicino al “Socrate storico o semi-storico”(89 ) e gli altri dove Platone sembrerebbe impegnato ad illustrare principalmente le sue proprie dottrine metafisiche e di teoria delle idee ?

In breve : il modello che qui  assumo e vado delineando,  mentre  tiene  fermo il canone  dell’unità profonda  della forma  del  piano di esposizione  con  quella  della produzione  dei contenuti  speculativi,   considera come criterio  di  identificazione e qualificazione  della  prima  quella  già  indicata  come ‘forma  spettacolarizzante  e teatralizzante’.

Per me la posizione di questo  canone  interpretativo, in riferimento  alla forma del piano  di  composizione-esposizione, ha delle precise conseguenze sul modo di ricezione e di fruizione del testo in vista della scoperta del Platone teorico.

Innazitutto  il lettore adatto deve sapere in via previa che l’elemento  dialogico   conseguentemente va incluso e  subordinato  ad una funzione  costruttivo-compositiva   che nasce  e  si sviluppa  come  metaforizzazione  funzionale-analogica   di alcuni  elementi  strutturali   della  ‘grammatica’   della  drammaturgia  attica  del V e IV  sec..

E,pertanto,   per esempio :   interpreto l’alternarsi  di domande e risposte non come una imitazione  di una caratteristica della conversazione quotidiana o  del vivo colloquio filosofico o di una disputa  tra due o più viventi interlocutori;  per me ,invece, quell’ alternarsi richiama l’articolazione del discorso tipica della comunicazione teatrale, di cui Aristotele, da accademico platonico, formalizza  lo statuto nella sua Poetica.(89)

Vero è che  di “teatro dei dialoghi”, di “lettori spettatori”, di ‘scena della scrittura’, di nomi-maschere, di “lettura scenica”  hanno già parlato alcuni interpreti(90); tuttavia questi stessi  hanno poi continuato o ad agire prevalentemente come lettori  accademici o hanno escluso nel riconoscimento della portata semantica i valori di teorici, sul falso presupposto  che teoria equivalga alla sola elaborazione dottrinaria;  e senza capire e trarre le dovute conseguenze dal fatto che in forza di quella peculiarità della cosiddetta “forma letteraria” tutti i personaggi – Socrate compreso- ai quali Platone dà vita, rispondono ad una logica Tipologica e di Casi. e non prevalentemente ad un ottica storico-realistica.

Così che – ad esempio- continuare a porsi il problema di stabilire quanto delle cose fatte da dire da Platone al suo Socrate sia riconducibile al Socrate della storia  e quanto, invece,  al suo autore e regista- Platone- è porre una questione che non è direttamente pertinente alla natura dell’opera, e non è conforme alle caratteristiche funzionali che questa natura esige dal lettore impegnato  a riconoscere la  coerenza e la omogeneità della sua portata di senso. (91).

Se ,infatti, Socrate è un Tipo – ed un Proto-Tipo- portatore di una Tyipos- loghia, per questo suo carattere genetico il lettore adatto già sa, che la sua figura è il risultato  di una mescolanza-combinazione-trasformazione di elementi storici e di tratti di idealizzazione  nello spirito della formazione di  un messaggio fondamentale  che Platone vuole trasmettere alla sua Ellade, e nel contesto storico-culturale di un pubblico abituato a questo tipo di operazioni di Tipizzazzione proprie della comunicazione spettacolare, che tanta parte ha  nello stile comunicativo ed educativo anche di altre culture della antica civiltà del Mediterraneo , come per esempio di quella ebraica , che soprattutto nel IV secolo interagì profondamente con quella ellenica (92)

 

11. L’ordine dei dialoghi : un sistema planetario con due soli

Analogamente  chi cerca  lo svolgimento dei pensieri di Platone, sul presupposto che non sarebbe  possibile che egli abbia prodotto le sue opere tutte di un colpo e senza mutamenti  e revisioni di posizioni teoriche, pensa la evoluzione di una ricerca senza problematizzare l’idea stessa di sviluppo, quando è applicata nella ricostruzione della sua filosofia.

Qui a questo proposito mi limito a fare la seguente osservazione : non è affatto impossibile che Platone  - che non scriveva con la preoccupazione e la fretta di pubblicare le sue opere e che ,quindi, poteva continuamente tornarci sopra per modificarle -  abbia disegnato ed abbozzato il programma di tutte le sue ‘sinfonie’, del suo grandisoso ‘affresco’,, enucleando i tratti essenziali dei motivi che avrebbe poi via via elaborato, in circostanze e tempi diversi.

In generale,poi,  ritengo che nell’applicare al discorso platonico la idea di evoluzione bisogna  lasciar in disparte la sua versione corrente e che si deve  guardare,invece, al tipo di successione che accade tra i teoremi della geometria euclidea e, per esempio, tra il primo ed il secondo teorema.

Tra l’uno e l’altro c’è   certamente  una successione-mutazione di giochi  diversi, per problema e complessità di percorso, ma  dentro una stessa ‘grammatica problematica e teorematica’ dove il processuale non è nè il seriale-cronologico, né il continuo di un organico-cumulativo.

Come Euclide Platone,inoltre,  non ci parla dei suoi dubbi e revisioni di autore, perché ci presenta ogni tappa della sua Odissea filosofica come uscita già già bella e fatta dalla sua mente, come risultato di un gioco riuscito;  e chiede implicitamente a noi lettori di guardare alla sua performance testuale inforcando gli occhiali di un lettore-spettatore di un gioco giocato, di un game che ha la forma espositiva apparente di un play (93)

Insomma chi cerca lo sviluppo dei pensieri di Platone deve mettere da parte non solo lo schema seriale di giustapposizione di dottrine, ma anche quello di superamento organico secondo una linea interna ascensiva dal più semplice al più complesso, da un livello inferiore ad uno superiore.

Leggi , ad esempio, non è più complesso e né costituisce un ‘superamento’ dell’Ippia minore o dello Ione solo perché dal punto di vista redazionale risulta definito cronologicamente dopo di essi (94)

Se si continua a leggere con questi pregiudizio è impossibile tra l’altro stabilire un rapporto problematico-tematico  intimo ed una relazione omogenea – dal punto di vista funzionale e costruttivo- tra Apologia di Socrate e quell’ultima opera, dove  Socrate scompare definitivamente,  lasciando il posto sulla scena della scrittura all’ “Ateniese” rifondatore e teorico di un nuovo spirito costituzionale.

Ed  allora come bisogna concepire l’idea di progresso –evoluzione quando si procede a ricostruire i contenuti concettuali dell’ opus platonicum ?

Mettendo da parte appunto questi schemi propri di una tradizionale ottica dottrinaria e facendo valere una visione morfologica e sincronico-diacronica del complesso dei dialoghi.

Questa scelta prospettica di osservazione dei tracciati e ambiti testuali implica che, nel cercare i rapporti tra essi, dobbiamo utilizzare parametri morfologici come quelli dell’isomorfismo, della simmetria, della ricorsività, dell’olismo, dell’ invariante in variazioni, delle proporzioni. (95).

Perciò, ritengo che la metafora più rivelativa dell’ordine dialogico che Platone ci mette sotto gli occhi senza mai illustrarlo nel suo complesso sia quella di un sistema planetario con due soli : Repubblica e Leggi.

Ed il richiamo alla cosmologia trova una sua giustificazione nel fatto che la ricerca geometrico-matematica greca – che come ho detto Platone tiene costantemente sullo sfondo della sua Meta/Odissea-  avviene in un contesto in cui lo sguardo verso il cielo stellato apre ad un orizzonte di indagine astronomica geometricamente orientata, secondo lo spirito proprio della tradizione pitagorica.

L’insieme dei dialoghi è costituito ,dunque, da una pluralità di ‘discorsi cosmicizzati’/logoi-kosmoi che sono giochi seri- cognitivi.immaginarivi e linguistici-

caratterizzati da una ‘somiglianza di famiglia’(96), dentro un ambiente fuzionale di natura metalogica analogica,  ed in quel mondo di vita che è l’agire comunicativo. in  una città a spettacolarità spinta , intorno ai principi ed ai valori e,soprattutto,  intorno al desiderio ed all’idea di giustizia e di felicità.

E,perciò, il  lettore adatto  non pretende da testi, generati  da questo tipo di logica costruttiva,  che essi  rispondano  a domande di un modo di lettura che non si muove ed orienta in conformità  a quel tipo; il lettore adatto  non si lascia condizionare e fuorviare   dalle esigenze proprie di un moderno storico delle idee e della filosofia o comunque di una ottica di ricerca interessata a  dare a ciascun filosofo un posto ed una funzione in una ricerca continua , cumulativa e progressiva,,  così come sembra fare  l’ Aristotele del primo abbozzo di ‘storia di filosofia ‘; un Aristotele che tanto piace ad Hegel ed in generale all’idealismo che a questi si ispira. (97)

 

12.  Contro la “teatrocrazia” con una scrittura teatralizzante e spettacolare

Bisogna ,dunque,  considerare come presupposto necessario della interpretazione del dialogo  la “ comprensione della sua forma letteraria” (98); e quale sia effettivamente questa forma  e come essa , funzionalmente in sede di lettura, deve essere fatta   rifluire in vista della messa in luce del movimento e delle strutture concettuali platonici, costituiscono questioni tutt’altro che già risolte.

Naturalmente   l’ ipotesi  sulla ‘forma  letteraria’  degli  scritti  platonici che qui  pongo ,   dà  luogo  ad un problema  che sembrerebbe   insormontabile  :  come  è possibile  che  Platone  ‘nemico’  della  poesia  teatralizzata  e  della  “teatrocrazia” sia  nello stesso tempo  il  Platone  che  di  fatto ed  implicitamente ricorre ed  usa analogicamente  le  regole della comunicazione  spettacolare  e teatrale  per  esporre  le  sue teorie filosofiche e  la idea stessa   di   discorso  filosofico ? (99) .

Per  venire  a  capo  di  questo  centrale paradosso  e  connesso  fondamentale imbarazzo, bisogna  ricordare  e valorizzare  al  massimo  quella che è  l’epocale scoperta  platonica  :  quella  del ‘fenomeno’  dii  logoi  strani , invasivi e pervasivi,   che  si  danno  e  appaiono  nei  flussi , nelle correnti, nel moto ondoso,acquatico,  delle  performances  della comunicazione sociale, soprattutto quando essa riguarda la visione di ciò che è bene o male, vero o falso, bello e brutto, utile e dannoso,  nella vita  della città.

Dunque,  il  mondo  dei  discorsi   su i principi, sui  i valori,  -  così  come  esso viene ad essere  e manifestarsi  nell’  ‘azione  comunicativa’-  è  quello dove Platone situa il suo fare filosofia,  servendosi  di quel che è pure un mass-medium, cioè la scrittura.
A spingere,Platone  verso una  imitazione analogica  di elementi strutturali della  comunicazione  drammaturgica, così  come praticata  e teorizzata  nel suo tempo,  è, pertanto,  la consapevolezza che  nella  sua pratica  e  nella estensione  di questa pratica  accade qualcosa  di funzionalmente  diverso  da quanto è esperibile  in una ricerca dottrinaria, ed in una discussione  strettamente tecnico-epistemica, accademica.

Di  questa  differenza  funzionale, cognitivo –immaginativo-linguistica,  partecipano- come  sopra  ho  anticipato-  i   logoi ricorrenti   del  modo  di  produzione  sofistico-menzognero  dei  discorsi sulle “Cose  Massime”/ta meghista , “Più  Importanti”/ta  timiotera. (100)

Se, pertanto,   la filosofia  come filosofare  insieme  in  città,  decide  di  andare  alla caccia  degli illudenti  e  lusinganti  logoi  menzogneri, essa deve  andarli  a  cercare  lì  dove essi si trovano  ed operano, vale  a  dire  nell’elemento funzionale in cui ‘nuotano’ e  si mostrano :  tale  Elemento è appunto  quello   delle ‘azioni  comunicative efficaci’, così come sono esperibili nella ‘città dello spettacolo’, nella ‘città  del teatro’.

E’ ,dunque, la sua vocazione  di ‘parola liberatrice e purificatrice’  e  la  sua missione  di  ‘parola polemica’,  cioè  di presa di posizione  e  di lotta  contro  quel  sofisma, ad  esigere  che  la filosofia vada oltre  ed esca fuori  dallo stile , dalla visione  e  dal  modo dottrinario  di trattare  i  discorsi.

E’ nello spazio-tempo ,dunque,  dei   logoi  spettacolarizzati,  dei  ‘talk-schow’, che abita e  vive la Odissea  Dià/logica;  da qui  l’importanza fondamentale  in  Platone della sua attenzione verso la poesia e verso  la tecnica  della comunicazione ‘al pubblico’ finalizzata  a  convincerlo  ed a conquistare  la  sua adesione  ad  un messaggio  su i valori di vita o presunti tali, in contesti educativi e/o di propaganda politica.

In questa  prospettiva  va ,dunque, letta  la polemica  sia contro  la poesia teatralizzata e la retorica , e  sia  contro  la stessa scrittura.  (101).

Quale  sia  l’effettivo  bersaglio  di  questo  Platone  passato  nella comune opinione  di lettori  e  di  molti esperti,  come nemico del teatro in sè,   della retorica in sè e  della  scrittura  in sé,   lo mostrerò   nel corso della ricerca che qui sto  illustrando da  un punto di vista  generale, focalizzando  la questione del rapporto tra  filosofia e manipolazione  dell’opinione pubblica, così come, nei suoi modi ed effetti,   si fa vedere particolarmente nella coscienza degli intellettuali.

Il  paradosso ,dunque,  di  una critica  della  comunicazione pubblica a mezzo della poesia teatralizzata  mediante  la produzione  di un modo di discorso che a sua volta  simula analogicamente . nel  suo  impianto  costruttivo-funzionale-espressivo.  quello caratteristico  della drammaturgia  attica,  è  determinato  da una decisione rigorosamente  coerente con la strategia teorica platonica;  e,pertanto,  quel paradosso (102)  non costituisce  una contraddizione ‘in re’,  tra  un dichiarare contro la poesia teatralizzate  ed il suo fare testuale che ,in una implicita  trasposizione funzionale metalinguistica e metapoetica, la imita in alcuni suoi essenziali meccanismi costruttivo-espressivi.

Ad  ulteriore forte conferma  che  la teorizzazione  platonica  non  si comprende  nella sua matrice, nel suo scopo metodico e nella sua destinazione finale,  fuori  dalla sua originaria  ed originale immersione  nelle  performances  della comunicazione  sociale  nella città ‘dove tutto fa spettacolo’,  c’è  una costante intenzione nell’ultima opera, Leggi, già presente anche in Repubblica.

Qui  ragionare, dimostrare, falsificare  sono tutt’uno  con un esortare , con un invitare, con un  consigliare;  vale dire  con modi mentali, atteggiamenti linguistici, tonalità  emotive  proprie di un dire e pensare che  puntano a persuadere , a convincere;  e che,quindi,  esigono una  iniziativa, una scelta, un autodeterminarsi nella accettare e condividere  una idea che chiama  in  causa una questione centrale della vita in città : come armonizzare il principio di autorità/ kratos e quello di una azione intelligente/nous per la realizzazione di quel ben-essere di tutti che è l’EssereCittà/politeia. E tutto avviene in una synousia/con-essere data ancora una volta in una rappresentazione spettacolare : un pellegrinaggio di tre ‘padri costittuenti’ verso la monatgna sacra di Dio Legislatore. (102)

Ora  perché e come in Platone  l’invito  ad Autoeducarsi ed ad un Educarsi insieme/paideia ( 103)  ed il suo appello a saper fare scelte,  frutto di convinzione e che ha bisogno di  discorsi-proemi , si intreccia  nel profondo con un  discorso che comunque intende essere vera ed autentica teoria, coè dimostrazione, opinione vera giustificata ?

E si potrebbe dire : come in Platone un  rinato,purificato  ed autentico fare-retorico  si combina e si omogeneizza con un originalissimo fare-logico ? (103)

Questa ulteriore  e  fondamentale  questione  può  essere esaminata  se fin dall’inizio ci rendiamo conto  che  Platone non  solo  elabora  precisi,complessi  ed  originali contenuti filosofici relativi  alla visione della natura dell’eros, delle  idee,  della politica, della esperienza morale e mistico-religiosa,  ma trasforma  ed  innova  la stessa concezione  del fare teoria  e teoria  filosofica in particolare; ed essa non è riducibile a quel modo di elaborazione speculativa che si manifesta nella forma-trattato.

 

13.  Platone è un Proteo : egli sfugge alla presa di una logica tutta o prevalentemente  dottrinaria.

La  prova  indiretta  di questa  eccezionalità  platonica,  rispetto a tutta la tradizione filosofica  post- platonica  ,  è  data  dalla registrazione  di una costante  difficoltà da parte di tutti  i vari modi della ricezione della eredità platonica,   di  tenere  insieme  ‘tutto  Platone’, quando  si leggono i suoi scritti  con l’ottica dottrinaria propria delle diverse  discipline in cui normalmente viene  scomposta  la filosofia  istituzionale ed accademica.

Chi guarda verso l’opera  scritta platonica attraverso  questo paradigma funzionale, ben  sa  quanto, ad esempio,  sia difficile  far interpenetrare  la cosiddetta dottrina delle idee con la cosiddetta  dottrina politica,  e quanto  sia arduo coniugare insieme la sua cosiddetta dottrina ontologica, su i primi principi,  con la sua cosiddetta  dottrina del linguaggio. Per non parlare, poi, del problema di rendere compatibili sostanzialmente  il parlare per miti e metafore e l’argomentare per via deduttiva ed induttiva in procedimenti inferenziali che pretendono essere puri e rigorosi.

Ma  questo Platone Proteo  che sfugge  alla  presa  delle filosofie specialistiche con le loro ripartizioni  disciplinari  e con la loro posizione di una radicale incompatibilità  tra  logos al mytos, tra concetto rigoroso e metafora, tra logica e retorica,   prova  con questa  sua inafferrabilità  che  questo modo antico , medievale , moderno  e  contemporaneo  di leggere  ed interpretare  i  suoi testi è inadeguato  e  non conforme alla sua matrice funzionale, cognitivo-immaginativo-linguistica (105).

Naturalmente credere  di  uscire da questa  difficoltà  di  riconoscere tutto Platone, nella sua unità tematico-problematica,  ed ancor prima nella sua coerenza funzionale,  dicendo che  ‘Plato nondum  maturus  est’  per una impresa di speculazione sistematica,  pura e senza miti, è  solo una  scappatoia  comica di fronte ad  filosofo che ha avuto una parte essenziale nella formazione e sistemazione della logica geometrico-matematica che troverà il suo peferzionamento formale negli Elementi di Euclide(105).

Per fronteggiare  questa stranezza  platonica  qui  rischio una scelta..

Questa scelta, in primo luogo, esige da me e da quanti condividono con me questa strada,  di osare mettere in discussione il  platonismo stesso – o meglio i platonismi- cioè i modi che dopo  Platone  si sono imposti come  dominanti paradigmi di  osservazione del testo e di riconoscimento dei suoi contenuti teorici.

Questi modi di interpretazione  hanno un implicito denominatore comune:  quella visione culturale che fa coincidere  per intero i valori di teoria con la concettualizzazione data per riflessività e per dichiarazioni dottrinarie.

Questo pregiudizio ha prodotto una immane storia degli effetti,  cioè una determinata maniera di recepire ed intendere il Platone teorico; maniera  che ha avuto ed ha una enorme influenza dentro e fuori delle Università; essa si fa forza di una sterminata letteratura che  ha imposto di fatto una serie di immagini di Platone in concorrenza e rivalità reciproca così in componibili da sfociare in un generale dissacordo su ciò che l’autore dei dialoghi ha veramente pensato e detto.

Si può ,perciò, comprendere  perché la accusa di temerarietà e di stravaganza possa abbattersi  su chi mette  in discussione  questo  consolidato orientamento millenario della scienza normale così come prende  ancora corpo in vasti ed accreditati studi su Platone.

Ma qui con questo lavoro  non  cerco  di fare  altro che allestire una rete che ,calata sul testo,  mi permetta  di valorizzarlo  al massimo possibile  della sua superficie testuale in vista di una ripresa ricostruttiva del Platone teorico nel ricco intreccio   di prospettive – che oggi diremmo, ma impropriamente rispetto  a Platone,  sguardo

interdisciplinare-;  complessità e poliedricità  che  sono di solito riconosciute a lui, ma che poi non sono pensate nella loro intrinseca condizione di possibilità come facce diverse  di un pensiero rigoroso, coerente, unitario,  funzionalmente omogeneo ed in equilibrio, rispondente ad una precisa strategia narrativa e teorica da Apologia di Socrate  a  Leggi.

Negare al fondatore della filosofia questa qualità strategica di fondo  della sua ‘Odissea’ significa rendere impraticabile una introduzione  da lettori adatti al capolavoro  che ancora ci sfida come universo e multi-verso di logoi, pieno di enigmi e di ‘materia oscura’,  pur nella sua configurazione di  brillante ghirlanda di una pluralità di logoi-kosmoi.,  secondo un principio costruttivo-funzionale che non è quello della riflessità pura e delle dichiarazioni concettuali ; e di cui osserveremo le ‘regolarità’ nel ‘moto espositivo e concettuale’ registrato in un complesso di ‘corpi testuali’.

Ma decidendo di riconoscere a Platone una precisa e rigorosa  generale strategia teorica, sto prima della discussione sul problema  del Platone  autore di un sistema aperto o chiuso o di un suo approccio sistematico ed addirittura antisistematico alle questioni massime e di interesse fondamentale per l’uomo ed il cittadino.

Platone,infatti, ci obbliga a fare un passo indietro rispetto a questa discussione, recentemente riaperta dalla vasta opera di M. Migliori; questo arretramento ci conduce a mettere in questione la visione dottrinaria della idea di sistema ed a ripensare come il principio sistemico viene realizzato dentro un pensare ed un esporre che nascono e si svolgono prevalentemente secondo il principio funzionale di un gioco giocato, di una logizzazione implicita, di un fare di concettualizzazione.

Ed è questo primato funzionale-costruttivo di una logizzazione e semantizzazione implicita a decidere del posto, del ruolo, del senso effettivo di ciò che appare al lettore standard come dichiarazione teorica e movenza di tipo dottrinario.

Tener conto dell’intreccio tra questi due modi funzionali-costruttivi , gerarchicamente

ordinati, ripetendo e riproducendo ,con la massa aderenza ed approssimazione possibili , le mosse figurate, ordinate ed organizzate in blocchi di sequenze,  del gioco giocato da Platone, è avviarsi sulla giusta strada per riconoscere che cosa egli  pensa  come pensa il senso della vità in città, quali sono i contenuti positivi della sua filosofia  e qual è  la  sua idea di essa.

Sarebbe  molto strano  giungere alla conclusione che Platone non avrebbe una sua chiara,coerente,  e definita filosofia; e che avrebbe agitato molti , acuti e complessi problemi senza ,però, risolverli con i suoi esercizi scritti, al punto da lasciare il suo lettore  indeciso tra una valutazione di inconcluso, di ‘opera aperta’,  e  l’impressione di inconcludenza, di un fallimento teorico.

Al contrario di quanto ritiene M. Migliori sostengo che in ogni dialogo Platone risolve il suo problema e mi accingo a provarlo con il mio esperimento ermeneutico-teoretico sul Teeteto, dentro uno sguardo su tutto il Platone scritto e non trascurando la problematica implicita nel ‘ fatto’  del Platone Orale, documentato dalla tradizione indiretta.

Naturalmente il principio del gioco, che pure è tanto valorizzato da M. Migliori, deve essere applicato già quando si procede ad identificare e qualificare la forma ed i termini del problema-guida che impulsa ed orienta la ‘partita’, l’esercizio di falsificazione così come accade nell’intero perimetro testuale, al quale appartiene in maniera essenziale anche il titolo dell’opera.

 

14. La necessità di una commutazione funzionale del codice di riconoscimento ed il sofisma come l’errore speciale che la filosofia programmaticamente combatte.

Quale è allora il primo passo da  fare per non mancare fin dal primo approccio l’entrata  nel mondo testuale platonico ?

Innazitutto- come ho già detto-  dobbiamo   cambiare  e funzionalemente convertire  il  consueto e  normale modo di osservazione  dei suoi testi quando  cerchiamo  in essi i ‘luoghi’  della teoria.(106)

E,perciò , dobbiamo assumere  il principio del gioco giocato (107)  come  paradigma  funzionale fondamentale per procedere al riconoscimento  del  Platone Teorico,  dove  la immaginazione  logica ha una parte centrale, sia  nel momento di  formazione dei  modelli concettuali, sia nel loro uso come criteri di  dimostrazione  per falsificazione.

Questa  scoperta e  valorizzazione  del  mondo – solo apparentemente intermedio (108)- della  immaginazione logica è strettamente connessa alla natura ‘sui generis ’, e a suo modo strana, di quell’errore che  caratterizza il modo di produzione sofistico dei discorsi sulle “Cose  Massime”.

Questo errore, infatti,  opera impiegando surrettiziamente e subdolamente pseudo-modelli di ciò che è proprio delle essenza e dei risultati più notevoli della  indagine tecnico-scientifica,  e delle stesse  condotte del senso e  delle pratiche  linguistiche spontanee della comunicazione   quotidiana.

Questi pseudo-modelli  sono infarciti e si travestono  di pseudo-cultura e di pseudo-buon senso comune;  come tali costituiscono una corruzione  della immaginazione logica :  Platone  chiama, nel Sofista  i  loro caratteristici  prodotti  |simulacri|-phasma,  e li separa nettamente dal processo di produzione di immagini a mezzo del discorso . (107)

Come tali  essi  non sono immagini logiche alternative, concorrenti, in opposizione ad altre  immagini  logiche rivali; e,perciò. non stanno in rapporto antinomico con queste.  L’antinomia,infatti, implica il conflitto tra nomoi/leggi, tra paradigmi e megaparadigmi come è  visibile nell’ esercizio/ghymasia  del  Parmenide.

Ma il dispositivo di  sofisma-menzogna   non è una legge, né un modo paradigmatico che come presunta legge si opporrebbe a quella della verità e della veracità.

Esso ,infatti, si serve  di  pseudo-leggi, pseudo-paradigmi e li spaccia  come autentici  e come i  più importanti  per la vita della città. Il  sofisma è un pseudonomos.

La filosofia  non supera  il sofisma  nel senso tecnico della nozione di superamento, cioè come conservazione e soppressione in un passaggio superiore di grado e di livello logico –ontologico, e così assimilandolo e metabolizzandolo in sé e così dando luogo ad uno sviluppo positivo determinato.

In nessun modo ed in nessun senso è possibile una conciliazione tra filosofia e sofisma;  e neppure  una costante tensione reciproca come tra termini che concorrono a tenere in piedi e viva la razionalità e la realtà di una relazione.(106)

Il sofisma  come ciò che è costruito su una  peudo-immagine della essenza dei valori scientifici e morali, è il prodotto di una calcolata  falsa-imitazione/doxomimesis; smascherarla in questa sua apparenza di valore cognitivo,immaginativo, linguistico, significa  portare alla luce la sua inconsistenza come cognizione,immaginazione e linguaggio; ed  il suo essere semplice ‘istrumentum regni’ – arcana imperii,  espedienti sofisticati  di dominio attraverso la ben congegnata manipolazione  della opinione dei cittadini.

Tutto questo  Platone lo dice non per dichiarazioni  dottrinarie appunto, ma attraverso le mosse/passi,  le figure, le figurazioni e le configurazioni  del  gioco discorsivo-argomentativo, attraverso la sua discorvizzAzione di paradigmatizzazione  e  di correlata e conseguente falsificazione : attraverso il rivelarsi della sua “cosa”  nel suo stesso farsi progressivo. che mostra da sé il piano cognitivo-linguistico che istituisce ed il  fine della sua attività di discorvizzazione.(107)

Può, pertanto, vedere  questo  Platone  all’opera  di un  mirato denudamento della pseudo-cultura di cui la menzogna ha bisogno di ammantarsi, solo il lettore che sa  essere  un lettore/spettatore-cooperatore  che rifa , rispettando tutto il testo,  il percorso del gioco giocato platonico.

E si tratta – come è evidente- di un gioco estremamente serio e con validi risultati teorici  e adeguata  soluzione  di problemi( 108) ; problemi – ed è questo un momento essenziale dell’approccio interpretativo-  che essi stessi nei loro esatti termini devono essere  identificati, facendo valere  una lettura cooperativa secondo  questo principio funzionale di riconoscimento.

 

15. Il compito minimo e difficile del filosofare insieme in città.

Se ci avvaliamo  di questo filo conduttore per orientarci  nel labirinto ( 109) platonico e  così per  aprirci un varco  nella sua marcata dimensione enigmatica- che richiama espedienti costruttivi ed di trasmissione del messaggio  rinvenibili nel ‘romanzo giallo’ e nel meccanismo della sorpresa  proprio della grammatica teatrale’(110)-, ci renderemo conto che Platone instaura una originale ‘metafisica’ intrecciata , con un’ altrettanto unica,  logica-dialettica.

Essa implica  una metalogica,  metaparadigmatica  e analogica,  che nel suo farsi sta in stretta connessione con il suo scopo metodico principale:  questo è una attività di ‘emendatio’, di purificazione degli abusi di una metaimmaginazione logica ‘maltemperata’ e smisurata, che utilizza pseudo-metaparadigmi; e,perciò, essa è narcotizzante, illusoria e corruttrice, fino al punto d inebriarci  facendosi  sentire dèi, mentre siamo solo poveri uomini che il divino si diverte  a rendere  ridicoli; e ciò soprattutto accade, quando  senza  e contro Dio questi poveri uomini  si sentono , si vogliono , si immaginano, si  pensano,   immortali  dentro la presunta immortalità della storia dell’umano (111).

E questo Platone – noto di passaggio-  parla anche ai promotori e sostenitori della

trionfante visione di una vita eterma dell’umano solo per mezzo dell’umano che si propaganda ancora - pur nel rovescio della deriva nichilistica del post-moderno e del post-umanismo (112)-  come la grande conquista culturale e fillosofica  della modernità  e come essenza  della auto- rivelazione della  modernità a se stessa; ma essa è solo una devastante ed a tutt’oggi  persistente  e diffusa allucinazione, pubblicizzata come  verità della vita storica;  è solo,invece, un simulacro di essa, e come tale una  versione modernizzata del sofisma, che è  forza distruttiva del male nella cognizione,nella immaginazione e nel linguaggio.(113)

Ed  allora  a che serve  la  filosofia ?  Perché il suo fondatore  e  rifondatore, il “divino Platone”, “ il principe dei filosofi  politici” (114) , deve rimanere ancora  con noi  in quell’ora  in  cui  essa  sembra agonizzare fino a tramontare  per sempre  come rigoroso  sapere a vantaggio dell’uomo e del cittadino in un modo di vita  ?

La filosofia,  alla quale  è stato rimproverato  di limitarsi a contemplare e rispecchiare  il mondo senza essere capace di trasformarlo in meglio, con Platone ed in Platone si confessa e si riconosce  nel suo radicale limite di sapere fare una piccola cosa nel mondo reale; questo  minimum  –che è difficile a farsi e che essa solo sa fare tra i molti e vari  saperi-  è il suo saper dimostrare che volontà e pratiche di dominio dell’uomo sull’uomo potranno pur prevalere di fatto per sempre nella storia umana, ma non potranno mai dimostrare che  “il giusto come l’utile del più forte” abbia valore  di principio,valore , di idea, di misura e di legge dentro l’universo della mente umana : dentro la cognizione, l’immaginazione logica, dentro il linguaggio.

Sofisma nel suo esaltarsi come Menzogna non può mai assurgere a verità, a veracità, a principio logico-cosmico. Esso neppure può essere equiparato al caos ;  sofisticare  è un  mentire anche in questo , cioè  nello spacciare la  pura  attività distruttrice come superiore energia costruttiva : non solo in tal modo il sofisma  assolutizza  il principio del kaos e lo separa dalla sua costante  interazione con il principio del kosmos , ma appunto   pubblicizza ciò chè  è di fatto immagine deformata dello stesso  kaos  come nuova ed ottima visione del kosmos. (115).

La filosofia mostra il  sofisma  come ‘incosistenza’ logico-cosmica ; in questo opera  incessante di dimostrazione, che è poì attività di falsificazione e di smascheramento,  la filosofia  si sente impegnata   a servizio della vita comunicante della città in cammino verso l’EssereCittà/Politeia, verso il “sogno” della comunione/koinonia, Kratos ed Ethos, tra vita politica statale-istiuzionale, economico- sociale, e vita morale, dove le opere di giustizia, come bene comune e costituzionale,  vivono costantemente  come  lotta di liberazione dal dominio  e dal dominio dei ricchi che affamano le moltitudini.

Un dominio,  radicato  ed alimentato da “libido dominandi”, che non può fare a meno per imporsi della voglia di occupare  anche il ‘mondo della contemplazione’, cioè il mondo della immaginazione sensibile, emotiva,discorsiva, logica , simbolica  e, quindi, di spacciare le sue false immagini della vita umana e cosmica come veri ‘specchi’, corretti ‘specula’, fedele visione, rigorosa teoria,  illuminante rivelazione.

Platone  per  primo  e raggiungendo la massima altezza , complessità e profondità di sguardo,  ci  ha messo sotto gli occhi  la segreta e penetrante potenza  della immaginazione  e  della sua  vitalità  proteiforme  ed  iridescente , soprattutto quando essa si combina con la comunicazione-informazione- educazione  spettacolarizzata.

Quella lotta per l’egemonia nel mondo delle immagini, che egli colse  intensificata  al massimo e terribilmente degenerata in ciò che egli chiamò “teatrocrazia”, oggi la potremmo vedere per analogia nella imperversare  della televideo-crazia (115)   globalizzata  spesso a servizio della macchina della manipolazione dell’opinione pubblica.

La filosofia, che con Platone conquista il suo originale ‘metaspazio’ nella sfera della immaginazione logica,  non pretende di rivaleggiare e di vincere la battaglia sul terreno della ricchezza, efficienza ed efficacia nella produzione e trasmissione  di immagini, né può impedire  per sempre che il  territorio che essa custodisce e governa sia invaso da ciò che oggi chiameremmo  prodotti   paraculturali pseudo-artistici e pseudo-scientifici della ideologia, spettacolarizzata ,  e che con il Platone del  Sofista potremmo denominare i “simulacri” /phasma  della fantasmalogia della “dossomimetica” ,impregnata di meccanismi lusinganti-illudenti, adescanti, allucinogeni, seduttori ed ingannatori.

La filosofia  scende in campo  quando i  corrotti  e  corruttori sogni  della ideologia (116), -che proclama e propaganda, con le sue performances con mezzi di comunicazione sociale il presunto primato razionale e reale delle pratiche di dominio -,  pretendono di valere come cultura, scienza, come ideale educativo,politico e morale.; come forme-idee svelatrici del senso e della sostanza della vita in città , dell’ordine terrestre e cosmico.

Come Platone ribadisce espressamente nella conclusione della sua ultima opera- Leggi  (117)-  la filosofia non si vergogna a sua volta di sognare contro quei ‘cattivi sogni’ dei sognatori  di una Terra in mano, e per sempre , dei più forti,dei più violenti, degli  insaziabili dominatori :  adoratori di quelle false dee – che con il sapiente cretese Epimenide, consigliere politico e guida spirituale di Solone,- possiamo richiamare Tracotanza e Svergognatezza. (118)

Infatti,- oggi più che mai-  sognare  facendo filosofia, progettarsi  per l’EssereCittà  nello spirito del si  può e  si deve vivere meglio,  è impossibile senza prendere posizione, resistere ed opporsi, con le condotte di vita e la attività della mente,  alle umane  forze distruttive della bellezza , della cosmicità, della sacralità e santità  dell’umano e della nostra  Grande Madre-Terra.

Per tutto ciò nel suo stesso codice genetico, nel suo inizio,  filosofia è Apologia dellla Filosofia ‘in persona Socratis  che risorge drammaticamente nell’ “Ateniese” : non c’è   filosofare  senza scegliere di seguirlo ed imitarlo nel  suo ‘spirito risorgente’ di uomo-cittadino che amò la giustizia fino ad offrire la sua vita per testimoniarla come bene comune, senza il quale la vita in città non è vita degna di essere vissuta ma solo una rissa infinita alimentata dalla  guerra di tutti contro tutti, dalla voglia  generalizzata di autodistruggerci.

Con Platone ed in Platone ora  concludo così : dire che |philosophia| significa |desiderio-amore di sapienza | e fermarsi a questa equivalenza dottrinaria senza farla rifluire nel suo ambiente originario, cioè nei processi di una comunicazione pubblica storicizzata,  è rendersi disponibili ed indifesi per lasciarsi incantesimare da un equivoco;  quello per il quale  sapienza sarebbe il saper imporre anche com mezzi violenti la propria volontà ed i propri interessi agli altri; e che il philein desiderare -amare  sarebbe armonizzabile con lo sfruttamento ingordo ed il piacere di dominare e di uccidere altri esseri umani.

Questa degenerazione e corruzione profonda dello spirito sociale che infetta i significati radicali stessi della parola |philosophia| non costituiscono una ipotesi astratta ed inverosimile, una artificiosa previsione di ‘scuola’,  perché  Platone le ha scoperte per primo come  male-fatto ricorrente nella esperienza della vita comunicante della città spettacolarizzata.

E’ questa la città dove il Socrate  ha preso posizione e lotta per la verità della giustizia, per una religiosità dove il divino sia considerato fonte di bene e non come autorizzazione all’arbitrio ed alla violenza; e dove Socrate è impegnato a promuovere una educazione dei giovani ispirata dai valori della amicizia e della  dedizione alla difesa e promozione della Costituzione: e questa città è la stessa dove  questo Socrate è stato accusato e portato in tribunale per essere condannato come menzognero,impostore, apostata, corruttore dei giovani.

Dallo spettacolo del trionfo di questa mancanza del senso della vergogna e del capovolgimento distruttivo dei valori nasce, dunque,  in Platone il bisogno di una altra filosofia, di un altro pensare e comunicare.

 

(...)

(...)

Conclusione

Platonnell’epoca della “plutonomia”  globale

 Che cosa ho voluto proporre con questo mio lungo discorso ai cultori ed agli appassionati  di cose filosofiche  ed in generale  a chi si sente e vuole iniziare e  sforzarsi di  essere un ‘buon cittadino ‘ già nel resistere ed opporsi alla comunicazione pubblica menzognera  che spaccia per virtù i vizi, i delinquenti per cittadini esemplari,  l’interesse egoistico, di corporazione, di casta come interesse di tutto il popolo, il fanatismo e l’autoritarismo in cose di religione come ciò che sarebbe autorizzato, voluto  da Dio stesso: le pratiche di anti-Stato come fedeltà allo Stato, la irresponsabilità nella gestione del potere come un prendersi cura della vita dei cittadini.

E che  impone il brutto come  bello solo perché il brutto ha successo ,e  come regola elementare di comunicazione quella di mentire ancora prima di aprire bocca, e di provocare risse ancora prima di scambiarsi un saluto sincero, chiamando le risse prove di amicizia.

La proposta ed il consiglio   sono quelli di tornare  a  Platone, seguendolo ed inseguendolo il più possibile  nel vasto campo  delle sue  tracce scritte   , per ‘ripeterlo’ nella pluralità dei suoi giochi cognitivo-immaginativo-linguistici,  in vista della comprensione e soluzione di un problema che appartiene,  nel suo nucleo,  anche all’oggi della vita in città e cd a tutti da vicino, perché chiama in causa il desiderio di giustizia e di felicità.

Tale problema generale  lo  riformulo  così: è proprio vero  che necessariamente  debba  essere  una minoranza  di potenti e di supericchi a decidere sulla condizioni di  vita della moltitudini di individui che abitano le  città di questa Terra ?

Dicendo | è proprio vero ?  | mi riferisco  a tutti quei modi  ai quali questa minoranza organizzata, -che è  oggi  l’internazionale  dell’ imperialismo finanziario globale senza Costituzione e contro le Costituzioni - , deve ricorrere per persuaderci e convincerci, che non ci sarebbe alcuna ragionevole alternativa  migliore a questo stato del mondo,  dove pochi famelici e cinici creditori hanno creato ed asservito a sé una massa sterminata di debitori.

Il partito mondiale della minoranza organizzata dei più forti, della pretesa suprema legge della ricchezza  – della, ‘internazionale finanziaria, della “plutonomia”-  non contento  di imporre di fatto i suoi interessi  economico-sociali di parte  che danneggiano quelli delle  comunità, pretende anche di avere ragione e di dire  la verità.

Esso, perciò, si organizza  perché il mondo della comunicazione sociale e della informazione pubblica  sia penetrato continuamente e profondamente dalla sua visione  di  città della Terra,  secondo la quale ‘per natura’ o per patto o  per una presunta  legge della vita storica,  l’umanità  dovrebbe essere fatta di un minoranza  di ricchi che dominano e sfruttano  la maggioranza dei poveri.

Esso  invita alla rassegnazione  in nome  di questa pretesa fondamentale verità della universale condizione umana., e così promuove  parole , immagini  ed opinioni adatte e capaci  di farla accettare   in quanto tale soprattutto  dai giovani.

Platone  cittadino-filosofo,  la filosofia scritta di Platone,  nascono, vengono alla luce proprio nella  decisione, nella scelta di una presa  posizione  contro  la pretesa di giustificare culturalmente, ‘scientificamente’, i fatti  di dominio trasformandoli  anche in valori di razionalità, di verità , di arte, di religione, di educazione.

Perciò la filosofia platonica è eminentemente e radicalmente  intrisa di politicità, cioè di interesse per la vita effettiva e concreta della città, ma dentro una vivissima coscienza di quello che la filosofia come modo determinato del discorso  può fare e su quello che sola da se stessa non può fare..

Per riconoscere questa acuta sensibilità platonica  verso  i  limiti propri del fare filosofia,  sono  inadeguati  i  vari tradizionale schemi generali con i quali si è cercata  di inquadrarla .

Infatti, né  il  criterio aristotelico  della demarcazione tra scienze teoretiche e scienze pratiche,  né quello scolastico e tomista delle tre sapienze, né quelli moderni di reale e razionale, di teoria e  prassi, di comprensione dialogica e di spiegazione scientifica, di scienze della natura e scienze dello spiirito, sono adeguati per identificare e qualificare dal punto di vista cognitivo-linguistico che cosa effettivamente fa  Platone con la sua discorvizzazione testualizzata e come lo fa.

Per cogliere il piano funzionale in cui Platone effettivamente si muove e dove egli traccia anche i limiti interni alla sua pur  epocale  impresa logica, nel suo osare misurarsi con l’immane fatto del dominio dell’uomo sull’uomo,  dobbiamo mettere al centro ciò che si può considerare la sua fondamentale scoperta : le pratiche di dominio hanno bisogno di sentirsi e di apparire legittimate culturalmente; e,perciò, esse cercano di abbellirsi e di rendersi credibili e psicologicamente efficaci mascherandosi con sembianze che fanno appello alla sfera dei valori etici, giuridico- politici, artistici, logico-linguistici, affettivi, tecnico-scientifici, religiosi.

E’ proprio questo bisogno di un sistematico mascheramento da parte dalle pratiche distruttive della vita cittadina e comunitaria, ad ‘impressionare’ fortemente Platone che ne scopre la potenza di condizionamento,  quando le sorprende mentre permeano e plasmano i processi della comunicazione pubblica su i valori nel contesto di una città a spettacolarità diffusa e spinta, come è quella del suo tempo; il tempo della “teatrocraziia” e dove ‘tutto fa spettacolo’, come si è ampiametne fin qui illustrato.

Platone guarda alla politica attraverso la ‘fiera delle immagini’ che la politica della Pleonessia ha necessità di architettare ed allestire e ‘mandare in onda’, e dove gli operatori-attori spacciatori di questi discorsi immaginifici, di queste immagini fatti di discorsi spettacolarizzanti, sono intellettuali giovani e vecchi che o hanno tradito lo spirito costituzionale e si sono messi al servizio dei ‘signori delle guerre di rapina’o che sono stati contagiati nella loro coscienza senza accorgersene dal morbo collettivo di una visione giustificatrice  della sopraffazione della ,ingiustizia, dell’egoismo  e violenza sociale.

Con Platone ed in Platone, dunque, la filosofia si incontra con la politica e con la vita  educativa ed etica in quel territorio dove la cattiva politica e l’anti-etica agiscono attraverso l’apparato ed i dispositivi di quelle immagini-visioni della vita umana ed associata che  in sé stesse non sono effettive immagini, buoni specchi dei beni propri di una ‘città sapiente’; ma solo simulacri, falsi e deformanti specchi di ciò che a quei vari beni è proprio.

E si capisce anche a questo punto perché in Platone la relazione della filosofia al bios politico è tanto originario ed essenziale, quanto lo è  il rapporto tra il filosofare ed il poiein/fare artistico : l’arte e per Platone quella regina delle arti che è la poesia teatralizzata, spettacolarizzata della sua epoca, è madre e nutrice d ai suoi fruitori-spettatori  che lo spazio virtuale delle immagini coincida e sia pù effetivo del mondo reale, fino a farlo preferire ad esso.

Il mito della caverna in Repubblica, con il gioco ‘cinematografico’ delle ombre proiettate sullo schermo di una parete in un ambiente buio occupato da cittadini-spettatori incantenati (2),  ribadisce con un mito a suo volta spettacolare la centralità dell’incontro-scontro in Platone tra lo statuto della imitazione, cioè della facoltà produttrici di immagini verbali e non verbali, ed il meccasismo tipico che è alla base di quei simulacri, di cui ha bisogno la comunicazione pubblica menzognera e manipolatrice della coscienza dei cittadini.

Il protagonista di questo scontro è appunto il filosofare e solo il filosofare nella misura in cui esso punta a quella dimostrazione rigorosa e finale che è costantemente un procedimento di denudamento-falsificazione della pretesa delle pratiche di dominio di valere anche come vera ed autentica cultura e valido progetto educativo del cittadino.

Questa filosofia in quanto  è a suo modo un fare,  non contempla passivamente, ma è, fin dal suo avvio,  impegnata in un agire smontante-smascherante  le false ‘metafore’

ed i capziosi e sofisticati enigmi in cui la menzogna cerca di spacciarsi come finezza,novità e complessità culturale, come ‘modernità’, come ‘supersapienza’.

Ed ora meglio possiano intendere  anche  perché solo , una decisione e volontà di eticità può dare avvio a questo filosofare  e  perché l’eticità sta dentro questa attività stessa di purificazione e di liberazione della cognizione, della immaginazione e del linguaggio dalla tirannia della menzogna che pretende trasformare il fatto del dominio in un necessario valore di vita e di verità.

Per tutto quanto fin qui  in questa conclusione ho  ripreso e riassunto, se ora dico che la proposta ed il consiglio di tornare a Platone si rivelano anche come una riscoperta del posto originale ed autonomo e,perciò, insostituibile del fare filosofia nelle odiene nostre città, dove imperversano le potenze mass-mediatiche e  quelle dell’imperialismo finanziario nemico dei desideri di ben-essere delle moltitudini e delle comunità,  non mi rendo responsabile di una corbelleria;  benché sono consapevole che non pochi avranno fastidio a vedersi proporre un Platone che sta ancora con noi e dopo di noi che credevano di avergli dato definitiva e pietosa sepoltura con il mito della superiorità filosofica del  moderno e della fine della metafisica., della metalogica, del metalinguaggio, della metaimmaginazione.

 

A questo punt o è compito, di un lettore  di buona volontà ed interessato  al problema fin qui tenuto in campo  ed in gioco nella rilettura del Teeteto,   giudicare se il lungo discorso  prodotto abbia raggiunto dei risultati  nuovi,  utili e validi per chi cerca di vivere meglio le esperienze di comunicazione sulle cose che contano  nel destino degli uomini.

Ho riletto e ripetuto , in una cooperazione interpretativa, questa opera platonica per chiarire come e perché nella over.vie/Kathorein ypsoten, nella sopra-visione poliprospettica che caratterizza funzionalmente  lo sguardo della filosofia verso le varie manifestazioni della cultura, è indispensabile anche il guardare verso lo statuto della matematica-geometria , verso il mondo del numero.

A questo  punto, perciò,  posso tracciare   le linee dove inscrivere le voci di un bilancio;  e,dunque,  in questa intenzione e nella speranza di essere compreso prima di essere giudicato, riassumo gli obiettivi di  questo lavoro :

 

  • Proporre ed applicare un modello di lettura del  Teeteto capace di rendere conto e di illustrare l’ordine interno, semantico ed argomentativo, della maggior quantità possibile  del testo relativo, facendo vedere  come in questa opera  la dimensione del Racconto si armonizzi intimamente con la portata teorica di questa tappa della ricerca platonica.

 

  • Definire il posto singolare  e  la funzione specifica che  occupa e svolge  dentro la complessiva strategia narrativa e teorica realizzata da Platone con quella navigazione testuale  che si è denominata  |Odissea Dià/logica, e che si estende ,  coerentemente  e in maniera omogenea dal punto di vista costruttivo –funzionale, da  Apologia di Socrate  a   |

 

  • Portare in primo piano  le caratteriche implicite  di  quel modo di osservare ed intepretare il testo  che è alla base della decisione della ‘scienza normale’ di considerare  il  Teeteto  come opera aporetica, e che ,perciò , non risolverebbe il suo problema e non risponderebbe adeguatamente alla sua domanda.

 

  • Dimostrare che il  Teeteto  non è un ‘opera aporetica, dentro la mia tesi generale che in Platone non esistono opere aporetiche , e che l’effetto aporetico è  dipendente dal modo in cui un tipo di lettore non adatto osserva e riconosce la portata semantica e la valenza teorico del testo.

 

  •  Illustrare  come Il problema che è di scena nel campo testuale del Teeteto non è in via principale un problema di epistemologia matematica e né di gnoseologia; in esso viene ,infatti, posta una questione di ‘demarcazione’ tra quella specie di fisica che è la geometria-matematica greca e la filosofia così come ideata,formata  ed svolta da Platone .

 

  • Far vedere come la linea di demarcazione-confine tra filosofia e matematica è una questione di metalogica dove a determinare il piano speciale di questa metalogtica è un ‘fenomeno’ extra-matematico, vale a dire i paradiscorsi del sofisma, che è apparente e falsa metalogica.

E,perciò, la logica del numero non può decidere della logica di quei discorsi di cui  la fiosofia ,platonicamente ispirata, si occupa.Il logos del numero non è tutto il logos, né il suo organico fondamento.

 

  • Spiegare in che senso e perché   Platone - nel suo tempo, entro il suo tempo-, e il Platone  di tutti  i suoi scritti dialogici, non si intendono  e si fraintendono, allorchè l’antico lettore e quello  moderno  e contemporaneo perdono di vista il contesto storico-funziionale  in  cui  l’opera  platonica si inserisce ; e,quindi, provare  che anche il Teeteto deve essere immerso  in  tale contesto, che  è quello della comunicazione  sociale  di  una Polis  a spettacolarità diffusa e spinta, dove  domina come  mass-medium  la macchina del teatro di Stato.

Tra  i miei obiettivi,dunque, c’è stato anche quello di mettere in evidenza gli effetti del  meccanismo costruttivo-compositivi per i quali anche la forma del piano di esposizione del  Teeteto deve esssere considerata spettacolare e teatralizzante..

 

  • Portare  alla luce  un qualità  di  fondo  delle ‘terre  emerse’ in cui testualmente si  condensano  e si stabilizzano i signifiicati  ed  i contenuti concettuali della  ricerca  platonica, soprattutto  quando essi appaiono provvisori, interrotti e  omissivi, ironici ed allusivi e puramento retorico-introduttivi, ed apparentemente senza approdo.

Tale qualità, che genera e plasma  anche la concettualizzazione e  le strutture argomentative  del Teeteto.  è il fatto  che – come tutte le altre isole

dell’arcipelago  platonico- anche  quest’opera è frutto della rivoluzione teorica

che Platone realizza innovando l’idea stessa di teoria e di teoria filosofica.

Questa traformazione fondamentale investe prima di tutto lo stesso piano

funzionale cognitivo-linguistico della produzione dei valori di teoria e della

impostazione dell’architettura argomentativo-dimostrativa;questa

traformaizone poggia sulla posizione di un ‘mondo sommerso’, di una sfera

dell’implicito e della implicitazione,  che non è altro che una attività di

teorizzazione per gioco congitivo-immaginativo-linguistico giocato.

Questo ‘mondo sommerso’ appare come sottointeso-sottotesto e non

identificabile con precisione o comunque con un criterio intersoggettivamente

omologabile, quando il lettore guarda verso il testo mosso ed orientato

unicamente e prevalentemente  da un modello dichiarativo e dottrinario di

teoria; e da questo modello sono condizionati in diversa misura tutti i

platonismi e gli anti-platonismi.

 

9)Offrire un contributo  per venire a capo della questione : quale  tipo e

modello d  lettore  Platone prevede  ed esige per la sua opera ?

La  mia  motivata ed argomentata  proposta  è stata quella che  pone  questo  lettore-adatto come  Lettoree/Spettatore-Cooperatore  che prova di rifare al meglio l’insieme delle mosse, delle sequenze, delle figure e delle figurazioni del gioco giocato da Platone e registrato nella sua testualizzazione determinata.

 

10)Mettere in evidenza  che alla sua trasformazione  della concezione di teoria Platone  giunge,  perché provocato e mosso da un problema di estrema importanza nella vita comunicante della città e che il ‘ modo accademico’, cioè dottrinario e puramente epistemico-tecnico, non è in grado di mappare,diagnosticare e di fronteggiare.  Questo limite ‘naturale’,’fisiologico’ al modo dichiarativo-dottrinario di fare teoria viene messo al centro  e rimarcato con nettezza proprio nel Teeteto, con riferimento alla più eccelse delle technai : la geometria-.matematica.

E proprio in quest’opera Platone fa vedere come la filosofia non solo non  è contro la matematica , ma  che non pùò fare a meno di essa, Grazie,infattti, ad una trasposizione analogica di un modello logico operativo della geometria-matematica , ripresa prospetticamente in un suo problema caratteristico,- quello dell’irrazionale- Platone può dimostrare che quella matematica non è tutta la conoscenza., né può costituire il fondamento del logos filosofico., né cogliere il suo problema costante d riferimento : l’antirazionale del sofisma nelle sue variopinte mutazioni,

 

Se  ed in che misura  questi dieci obiettivi siano stati  raggiunti  dalla mia  esplorazione e ‘circumnavigazione’ dell’arcipelago – e se si vuole-  del ‘sistema planetario  binario’(3) –  platonico,saranno i lettori adatti a deciderlo.

E sono  consapevole  che,  pur avendo guardato situati  nel Teeteto anche le altre isole  , verso  la pluralità  dei giochi  logo-cosmici  platonici,  dopo aver sostato a lungo in quest’opera  dovrei procedere ad esplorare secondo un medesimo filo conduttore   quanto resta  ‘isola per isola’. Lo  fatto altrove ,ma qui  non c’è più spazio per raccontarlo in dettaglio.

Preciso ulteriormente soltanto  che  questo lavoro,.  che vuole essere una introduzione nuova ed utile a tutto Platone,  ha preso le mosse  proprio dalla stessa idea di Introduzione, di Accesso.

Rispetto a Platone,infatti, è in questione prima di tutto il tema stesso  di come introdursi per un effettivo e giusto accesso al campo delle sue tracce in vista di un ri-conoscimento a partire dal suo inizio funzionale,cognitivo-linguistico.

Certamente ogni opera platonica . proprio perché appartiene ad un complesso di tipo planetario -   costituisce  una porta per entrare nella sua cum-stellazione Dià/logica; noi abbiamo scelto il Teeteto  ricordando la tradizione che vuole che sul portale dell’Antica Academia fosse incisa questa scritta : “Non entri chi non sia un geometra”. (4)

Al di là della attendibilità storica di questo dato ed associandolo alla noizia della tradizione indiretta su un Platone che indaga sul “Bene” parlando di matematica,- con grande disorientamento del pubblico che si aspettava un discorso su i beni della vita-,

con  il  mio cammino  nel  Teeteto  mi sono misurato  con una  sfida che ancora oggi sta di fronte  a noi nel suo nucleo costruttivo-funzionale ed in domande come queste  : qual è il rapporto tra la filosofia  e le scienze matematizzate ?  Qual è il posto  e la funzione della filosofia nell’ universo della cultura ? A che cossa essa effettivamente ‘serve’ ? Ed ,infine, : queste domande appartengono o no alla esperienza del filosofare attorno alle “Cose Massime” ?

Ora, nel congedarmi dal mio  lettore, in spirito platonico “torniamo a capo” e per l’ultima volta  ripeto domande già fatte.

Platone è ancora attuale ?  Può essere utile per la rinascita di un filosofare come modo e “pratica” (5)   di vita nelle moderne città ? Può  illuminare il rapporto tra la attività della mente che opera speculazioni filosofiche e quella che si manifesta nella logica e nella tecnica matematico-geometrica ? Può aiutarci a ripens,il rapporto tra filosofia e scienze, tra filosofia e arte, tra filosofia ed etica, tra filosofia e diritto,  tra filosofia e medicina,tra filosofia e teologia. ?

Platone ha ancora qualcosa da dirci su ciò che chiamiamo il problema del  realismo e del relativismo ? Ha ancora valore il suo allarme sull’imperialismo mediatico che promuove la giustizia e le leggi comee l’ utile dei più forti e dei più ricchi , della plutonomia globale ?

La tentazione di usare Platone in maniera anacronistica è sempre forte;  ancora più forte di essa è, tuttavia,  l’abitudine culturale di utilizzare solo parte dei suoi testi o di piegarli ad una logica ricostruttiva de, suo pensiero,che danno per scontato che tutto quanto in essi si presenta come Narrazione non avrebbe rilievo decisivo nel determinare la sua intenzione teorica,  e varrebbe solo come bella ed artistica cornice e come congegno solo compositivo-espressivo in funzione didattico-psicacogica-educativa, in vista della massima efficacia di effetto persuasivo sul pubblico dei lettori.

Ritornare a Platone per riscoprirne l’attualità per la filosofia del terzo millennio implica innazittuto l’obbligo- come si è detto nella Prefazione- di ritornare a leggere i suoi testi, tutti i suoi testi.

E lo dobbiamo fare - lo ribadisco-  riconoscendo al genio di Platone almeno quel minimo,  di cui abbiamo parlato nella “Prefazione” : vale a dire che nel decidersi a comporre tante opere egli si sia fatto orientare e guidare da una precisa e coerente strategia di composizione-esposizione, di significazione e di teorizzazione.

Certo  mi rendo conto che il moderno lettore è condizionato dal pregiudizio che narrazione non sia omogeneizzabile sostanzialmente e funzionalmente con la teorizzazione; e che egli si aspetta di vedere i contenuti teorici solo lì dove essere gli appaiono dichiarati o anche solo dì dove essi sono dati nel modo di  recensioni, di relazioni in occasione di conferenze, di congressi, ed elaborata in  trattati, in saggi, in commentari, in manuali, in riviste, in  enciclopedie.

Questo pregiudizio è reso ancora più influente dall’approccio proprio della filosofia professionalizzata ed istituzionalizzata, che rispetto a Platone si ritrova di fatto complessivamente d’accordo su un punto generale : non ci sarebbe teoria e riflessività speculativa lì dove essa non risulti testualmente data in modo esplicito, apertamente dichiarato, con manifesta intenzione di una presa di posizione dottrinaria e comunque di elaborazione-illustrazione concettuale.

Il denominatore comune a tutti  diversi modelli ermeneutici che si sono misurati con i  testi platonici e che è appunto oggettivamente ed operativamente  condiviso  dai quattro  paradigmi che a tutt’ oggi più degli altri rivaleggiano tra loro –cioè quello logico-analitico, il dialogico in una ricerca continua della verità, quello che  che mette al centro la dottrina delle idee  e l’altro che valorizza e mette in circolo comprensivo la metafisica dottrina orale dei Principi-  è appunto dato dalla condivisione di questo comune paradigma di natura funzionale per la distinzione tra  ciò che è teorico e ciò che non lo è.

Tale sguardo funzionale di lettura è quello che viene utilizzato da criterio per decidere la identificazione dei luoghi testuali dove si troverebbero i problemi, le effettive domande ed  i contenuti teorici platonici..

Gli intepreti che così vedono ed osservano il testo concordono tutti nello stabilire che prova-dato testuale della problematica-tematica-metodica di Platone è solo quella che fissa e veicola i suoi pensieri nel modo esplicito. Chi non rispetta questo criterio opererebbe forzature del testo, peccando di teoreticismo, finendo per violare la autentica intenzione dell’autore e rendendosi responsabile di un uso , di una strumentalizzazione dello scritto per scopi estranei e giustapposti alla problematica, alla struttura ed alla dinamica proprie dell’opera.

A gli stessi,tuttavia , manca una adeguata consapevolezza che i dati testuali sono funzioni dell’attività del leggere e del modo di riconoscimento dei significati e dei contenuti teorici; e questa mancanza si può cogliere quando si constata che di fatto da essi il problema di ciò che è teoria filosofica e non teoria viene eluso, presupponendolo scontato almeno in questo senso : teoria è riflessività, è concettualizzazione dichiarata, e dottrina, e basta.

Ora è proprio questa presupposizione relativa a questa modalità funzionale fondamentale di teorizzazione a costituire il principale ostacolo e la più importante causa di fraintendimento allorchè ci si accinge a ripetere il viaggio testuale platonico in tutte le sue tappe.

Dunque, il primo passo da fare , e che noi con quessto esperimento-ermeneutico abbiamo tentato di metter in atto in maniera sistematica e fino in fondo conseguente, è appunto quello di porre in discussione la validità di quel pregiudizio che investe ancor prima che i contenuti ed i modi di organizzazione e di svolgimento della teoria, la idea stessa di teorizzazione e della sua esposizione in Platone.

La prima domanda da farsi è allora questa : che cosa intende Platone con teoria e teoria filosofica ?

Ma già dalla ricerca di un risposta a questa domanda dobbiamo fare un passo indietro rispetto al modo corrente  in cui si interpreta la stessa espressione | ciò che intende Platone|.

Infatti se noi concepiamo il significato di |intende|, di |intentio auctoris| come |dichiarazione-illustrazione| già abbiamo fatto il primo passo falso per un giusto accesso all’ambiente funzionale che costituisce il ‘liquido di coltura’ del ‘codice genetico’ che , per usare ancora una metafora teatrale,i ulteriormente spiegheremo così : chi entra nel ‘teatro dei logoi ‘, non deve aspettarsi di trovare affisso all’entrata il manifesto con il programma delle rappresentazioni; né deve chiedere il  ‘libretto con riassunti, istruzioni e didascalie’ per sapere in anticipo che cosa Platone vuol dire e dimostrare con le sue opere, che mescolano in sé playgame, cioè rappresentazione di  elementi tragici-comici e farseschi con esercizi su temi morali-politici-teologici e tecnici-epistemici; ed ancor meno questo lettore-spettatore deve pretendere che in anticipo o anche alla fine  Platone gli offra la spiegazione del perché e del come egli ha scritto ,composto ed argomentato in quel modo così diverso rispetto allo stile di quella Accademia, da lui stesso fondata e guidata, e le cui ricerche sono in larga parte presenti e riassunte nell’ “opus aristotelicum”e, per la geometria-matematica, negli “ Elementi  di Euclide.

L’intenzione di significazione e di teorizzazione,infatti, è in Platone tutt’uno con la sua Esecuzione e con il modo in cui è discorvizzata e testualizzata. E,perciò, per sapere dove sta la teoria in Platone il lettore adatto/modello deve stare attento e guardare  Come Platone  Fa teoria e come, quando dichiara concetti, queste dichiarazioni interagiscono con la sua ‘pratica teorica e semantica’ sia in ordine alla identificazione dell’effettivo problema in campo sia sotto il profilo della soluzione operata.

Se il lettore così comporta si mette nella condizione migliore per leggere rifacendo il fare platonico secondo i passi, i percorsi, le sequenze, registrati nella hardware della sua testualizzazione.

L’intenzione di Platone come “intentio auctoris” è,dunque, decidibile e determinabile solo all’interno degli esercizi di ripetizione del suo gioco giocato e del fatto che questo modo funzionale di generazione della significazione e della teorizzazione ha valenza fondamentale rispetto a quante testualmente emerge direttamente o indirettamente come dichiarato.

Il lettore normale,dunque, è chiamato a riconvertire funzionalmente il suo sguardo ed ad  operare come un lettore/spettatore-cooperatore per la riattualizzazione per tentativi, in maniera progressiva ed euristica, e resistendo ad obiezioni prospettanti intepretazioni alternative,rivali e concorrenti, l’intero gioco cognitivo-immaginativo-linguistico giocato da Platone in ogni opera e con il complesso delle sue opere.

Questo lettore normale,cioè condizionato dalla identificazione della teorizzazione con le dichiarazioni teoriche, in realtà già opera –se pure a tratti – secondo l’ottica da me delineata .

Per esempio, quando l’interprete ,adottando il paradigma della “nuova interpretazione”, vede nel testo interruzioni dello svolgimento dell’argomentazione, omissioni, reticenze e rinvii ad una fase successiva della ricerca, e domande senza una adeguata risposta finale, problemi non risolti, li coglie e li vede non perché Platone dichiari preventivamente .contestualmente o successivamente che egli intende interrompere , omettere, non risolvere.

Platone non ‘dice’, ma opera l’omissione e l’interruzione.; e chi la riconosce e la rileva in tanto può farlo , in quanto ha cooperato con Platone, rifacendo il suo percorso e ripetendo così anche la sua interruzione ed omissione. In tal modo egli sta praticando limitatamente a questa passaggi una logica di interpretazione come ‘imitazione riproduttiva’ di un gioco giocato testualmente dato.

Ma questo interprete, che pure è attento alla dimensione di gioco serio  che plasma la discorvizzazione platonica, fa valere,poi, implicitamente il pregiudizio che il modo dichiarato dottrinario in ultima istanza decide dell’assetto , della portata e del grado di valenza della teorizzazione.

Perciò, egli legge queste mosse del gioco come prove di una dottrina imperfetta ed incompleta, che non avrebbe nella scrittura il luogo della soluzione del problema, anche quando si spinge molto in avanti in direzione di essa, come accade ad esempio nel Parmenide, nel Sofista, nel Filebo, nel Politico.(6)

E questo accade come conseguenza necessaria ed inevitabile ,una volta che  si interpreta sotto l’influenza del presupposto di fatto che il modo dichiarato e dottrinario sia  il paradigma funzionale fondamentale per decidere ciò che è teoria e ciò che non lo è  o non lo è in maniera adeguata e sufficiente; per decidere qual è il problema e per accertare e verificare se abbia avuto una soluzione oppure no.

La eccezionale novità,utilità e luminosità,  del Platone Teorico stanno nel fatto che le sue omissioni-interruzionì-sospensioni- hanno la stessa funzione del paradossale (7), sono provocazioni ideate per spingere il destinatario a tentare di operare una svolta ed un riesame dell’intero gioco.  Sono imprevisti, anomalie inattese, che spiazzano un certo modo di osservare il testo in ordine al riconoscimento del teorico. Ed ad essere spiazzato qui è proprio il pregiudizio che riduce il modo di produzione del concettuale al modo canonizzato da quel paradigma funzionale dell’ottica accademica.

Platone, fondatore dell’Academia, sconvolge il modo accademico di teorizzazione e di intepretazione  e lo chiama ad una svolta in presenza di nuovi problemi urgenti ed emergenti all’interno della vita comunicante della città.

Platone inaugura una sfida teorica, che obbliga ad un movimento di traslazione, rotazione e di rivoluzione nella impostazione dei rapporti tra filosofia , cultura e civiltà.

L’evento-svolta è l’apparizione ed il predominio del modo sofistico-menzognero nei processi di comunicazione pubblica. Una fenomenologia nuova per estensione,profondità di influenza  e per  complessità dei suoi congegni.

La nuova vocazione e missione della filosofia nuova è la ‘mappatura’, la misurazione, la diagnosi smascherante della menzogna che pretende essere riconosciuta come ‘moderna sapienza’, legge fondamentale per la salvezza, conservazione e sviluppo della vita umana terrestre.

L’ambiente che fa epoca che il filosofare deve abitare è la effettiva vita comunicante della città interessata alle “Cose Massime”; dentro questo habitat si decide l’utilità e la luminosità della Logoi-metria (8)  del Platone cittadino delle città dove  la comunicazione sofistica a servizio delle ragioni dei potenti e penetra e devasta il sentimento e la coscienza delle moltitudini di cittadini.

La mia congettura,l’ipotesi che guida la interpretazione data in un esperimento che vorrebbe essere esemplare  cioè estendibile ed applicabile anche a tutti gli altri prodotti  della scrittura spettacolare e teatralizzante della Odissea logico-immaginativa-linguistica platonica, è stata messa in opera in uno spirito sperimentale.

In questo atteggiamento ho rivolto gli occhi  su ciò che abbiamo chiamato cum-stellazione platonica,volendo porre in rilievo con questa variazione del termine|costellazione| questo:  ciò che a noi lettori appare come una collezione di testi caratterizzati tratti comuni rilevabili in superficie e senza chiare e sufficienti esplicite indicazioni  sul programma-progetto che li genera e li struttura , configurando così la loro architettonica intrinseca, costituisce un relativo ‘disordine’ che nasconde un ordine immanente. Il ‘disordine ordinato’ della testualizzazione platonica qui è stato problematizzato e tematizzato in opposizione al pregiudizio che Platone con i suoi testi porrebbe solo acute ,complesse ed estese esplorazioni di problemi senza sufficienti, adeguare soluzioni, perché la sua fondamentale preoccupazione sarebbe quella non di offrire una propria filosofia, ma di fornire una serie di esercizi per stimolare e guidare il suo lettore adatto a fare ricerca filosofica per suo conto e sotto la spinta dei suoi interessi e motivazioni culturali e di vita.

E come accade in ogni osservazione ed esplorazione mi sono dotato di strumenti di descrizione,di ‘misurazione’; questo ‘insieme interconnesso di telescopi’ l’ ho puntato su ogni ‘corpo testuale’ e sull’ ‘ammasso dei corpi testuali’  per cercare le invarianti strutturali-funzionali sia in direzione della forma del piano di esposizione, sia nella prospettiva della forma del piano della produzione del concettuale.

Questo sguardo di tipo morfologico, poliedrico e poliprospettico sul testo,realizzato proiettando su di esso nuclei dei vari modi del discorso, è imposto dalla natura complessa della assetto semantico e teorico platonico; qui,infatti, logica, psicologia,epistemologia,linguistica, medicina, geografia, poetologia, cosmologia, cosmologia, diritto , morale e teologia danno luogo in Platone ad un ‘genere misto’ di discorso, che sembra ideato apposta per far arrovellare le menti dei moderni lettori educati ed abituati a nette ripartizioni disciplinari e specialistiche, e che tutt’al più oggi sperimentano  competenze e ricerche interdisciplinari.

Platone,però, spiazza anche i cultori di questo approccio oggi in voga,  perché realizza con la sua stessa ‘navigazione testuale’ ed i percorsi della sua ‘Odissea Teorica’, funzioni cognitive .immaginative e linguistiche ed universi semantici non inquadrabili secondo i parametri della logica di ricerca di tipo interdisciplinare, che tra l’altro prevede intersezioni organiche  tra aspetti di una pluralità e varietà di saperi.

Il ‘genere misto’ di discorso ideato e praticato da Platone implica ,invece, un passaggio funzionale di natura metaepistemica, metalogica e metalinguistica ed un procedere costantemente in ambiente analogico, e, dunque, non dialettico-organicistico o sistematico-formalistico.

Ho fatto ,dunque, anxhw mio  lo spirito della scommessa di Leibniz  , ma procedendo ad effettuare un passo indietro rispetto alla idea stessa  di “sistema” aperto o chiuso che sia : Platone è unco proprio nel modo in cui egli ‘dice’ e ‘realizza’ il sistemico; innanzitutto perché egli lo ‘dice’ in via principale ‘facendolo’,’operandolo’,’praticandolo’,  cioè nel modo proprio di una performanza teorica.

In secondo luogo la via sintetico-analitica, deduttivo-induttiva, si svolge dentro un processo di metamodellizzazione analogica, che non è normativo-prescrittiva organicamente rispetto alle varie manifestazioni della vita culturale.

I prodotti,poi, di questa metamodellizzazione non sono lo skopòs/scopo del processo di teorizzazione, ma solo criteri per effettuare operazioni di falsificazione-smascheramento degli pseudo-metamodelli che implicitamente armano la fantasmalogia che vuol convincere e pretendere di dimostrare che veramente e necessariamente la “giustizia è l’utile del più forte”.

La destinazione finale  è quella  propria di una ripetizione di  Esercizi di Purificazione-Liberazione della terra del meta/dia-logico dalla lusinge illudenti dei simulacri della verità e della vita di cui il Sofisma si imbelletta per sedurre individui e popoli.

Questo itinerarium e ‘pellegrinaggio’ di purgazione della metacognizione,meta immaginazione,metalinguaggio è preparazione in vista di una scelta : seguire ed :imitare lo spirito di Socrate nella vita comunicante della città interessata alla giustizia ed alla felicità.

La filosofia come filosofare insieme,perciò,  non nasce nella presunzione di decidere  dell’essere e del non essere, del reale e dell’irreale, del razionale e dell’irrazionale,  e  nel progetto superbo di instaurare la ‘religione dell’umanismo , del’antropismo’’che non ‘impressiona’ Dio e che fa certamente male agli uomini, che prendendo  senza saperlo la via del  ridicolo s precipitano in  uno spettacolo tragi-comico.

Il  compito della filosoifa  è,invece,  circoscritto e limitato, ma solo essa è capace di affrontarlo e svolgerlo per tentativi ed errori :  smascherare il Sofisma in una decisione di liberazione del metadiscorso dalla fantasmalogia fantasmagorica della paracultura che la sostiene nelle città dove tutto  fa spettacolo . soprattutto la Menzogna, quella Menzogna che è più che non-pensiero ;  essa come anti-pensiero,infatti, annuncia la presunta verità fondamentale della vita in città la giustizia è l’utile dei più forti e dei più ricchi. E,perciò, lavora perché l’anti-pensiero (9) e l’antilinguaggio si impongano come vero pensiero e verace linguaggio.

Ma non si intende questo compito  nel suo inizio e nella sua destinazione finale, se la Odissea Dìà/logica   non viene colta e gustata come lotta contro l’oblio,  per impedire  che  i flussi nientificanti delle sua acque  travolgano ed ingoiano  ciò che disse , fece e patì  Socrate per amore della giustizia.

Perciò questa Odissea  è nello stesso tempo un sublime  Memoriale di un ‘uomo divino’ che  avviene ed ancora ci precede come custode dello spirito costituzionale, come educatore, come pastore e guida  filosofica nella tragedia-commedia che appartiene anche alla storia dell’oggi .

Qui termina il mio libro;  la mia più forte aspirazione di autore  è quella di essere  smentito , confutato, falsificato  da altri lettorii che meglio e più di me sappiano rendere conto dell’intero campo di tracce documentali che costituiscono l’opera scritta di Platone, rifondatore della filosofia come un filosoFare nella viva comunicazione  in città intorno ai principi ed ai valori, ad desiderio di Ben- Essere,

Infatti, se ciò dovesse accadere dando luogo ad una smentita convincente e ben argomentata   secondo un modello ermeneutico più ‘potente’  – e mi auguro che ciò avvenga al più presto-  allora significa che esso è stato attentamente ed onestamente letto per intero  almeno da qualcuno che è persona diversa da me.

Nel suo venire in questo modo a buon fine,  il  mio lavoro  effettivamente si realizza come libro,  cioè come prodotto ed attività di  una esperienza di comunicazione sociale, senza la quale  città ed EssereCittà sono impensabili ed indicibili  ed un libro stesso non  avrebbe senso:  sarebbe solo  una vanità nella fiera delle vanità, dove nell’avvio stesso dello ‘spettacolo’ sta in primo piano quella lusingante ed illudente Menzogna che può spingerci anche a farci credere – come lo crede il  Lisia del Fedro- che un libro menzognero solo perché è scrittura seduttrice e spettacolare  sarebbe anche, unicamente per ciò stesso,  una esperienza della verità , della saggezza, della bellezza, della sapienza.

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